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L'Ufita, territorio di castelli

Categoria Territori Data: 28-10-2011
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 Nel blog dell’università popolare dell’Irpinia si legge che il nome “Ufita deriva da un termine indoeuropeo, il cui fonema base è “oudh” che sta per ricco, abbondante, il fonema si è evoluto in ofidus prima e quindi ufita poi.”

Quello che è certo è che gli insediamenti che sono dislocati nel territorio dell’ufita risalgono sicuramente alla preistoria, sono luoghi che nel corso dei secoli hanno saputo contraddistinguersi come vere e proprie centralità per lo sviluppo e l’evoluzione dell’area irpina, con importanza fondamentale,  tanto quanto la città capoluogo. Queste terre conservano testimonianze tangibili della loro storicità in numerosi luoghi più o meno strutturati quali ad esempio i ritrovamenti fossili di Carife o del sito preistorico in località Starza ad Ariano Irpino, o nel parco archeologico situato al Passo di Mirabella (Mirabella Eclano); i numerosi rinvenimenti archeologici sono variamente distribuiti tra piccoli  musei e mostre permanenti come a Grottaminarda  nel Museo Antiquarium, o ad Ariano Iprino nella mostra permanente di reperti archeologici o, ancora, nel Museo Archeologico di Carife.

Un territorio, quello dell’ufita, quindi particolarmente interessante per chi fosse coinvolto da passioni storico-archeologiche.


Per chi invece volesse percorrere lo stesso territorio calpestando le tracce di nobili, cavalieri e cortigiane, la possibilità offerta è altrettanto ampia e varia, sono moltissime le torri di guardia, i castelli e i manieri che consentono un percorso fitto di fantasia e di racconti fra storia e leggenda, si possono tracciare i territori dell’ufita dal castello di Gesualdo, una costruzione di era longobarda, residenza baronale, nel cinquecento, del principe Carlo Gesualdo,  il nobile uxoricida, figura tormentata e grandiosa che fu uno dei più famosi madrigalisti europei, ai ruderi del castello di Melito Irpino, anche questa costruzione sicuramente di epoca medioevale, e precisamente risalente ad età svevo-normanna, una costruzione ben inserita in quella densa e fitta rete di castelli militari, con la vocazione di difendere i territori irpini dalle invasioni provenienti dalla puglia.


Ancora di origine medioevale è il Castello di Trevico la sua posizione strategica ne fece, nel Medioevo, una potente roccaforte, posta a guardia di una vasta zona della Baronia.

Mentre i castelli di Ariano Irpino, Casalbore, Montecalvo Irpino e Zungoli, che in epoca Normanna, e cioè intorno al XII secolo, nelle terre dell’Ufita vennero riabilitati alle loro funzioni, ed ancora oggi raccontano storie interessanti: la Torre Normanna di Casalbore, una struttura che caratterizza fortemente il paese costituisce ancora oggi l’emblema della comunità locale, quasi certamente la costruzione è coeva a quella del Castello di Casalbore che invece conserva del suo antico impianto solo due torri, mentre una terza fu demolita dopo il sisma per motivi di sicurezza.

Il castello di Ariano Irpino ha sempre dominato le valli dell’Ufita, del Misciano e del Cervaro, grazie alle sue barriere naturali fu sempre di difficile accesso, rappresentò una costruzione militare di grande importanza per il regno di Napoli, era infatti un castello munito di torri di avvistamento, fossati a secco, mura e fortini, non servì soltanto da difesa per l’intera provincia, ma soprattutto fu baluardo del regno. Di forma trapezoidale, con quattro torri, il castello, circondato dagli odierni giardini della villa comunale, è conservato in ottimo stato ed ancora oggi è il centro del paese intorno a cui ruotano le numerose manifestazioni che si svolgono durante l’anno ad Ariano Irpino.  Ancora,  è possibile fare una sosta al Castello di Savignano Irpino è il più recente dei castelli presenti in questo percorso, di epoca angioina, mostra ancora oggi al lato dell’ingresso lo stemma della famiglia Guevara, ultimi di una lunga serie di potenti feudatari che governarono il paese. Insomma il percorso è fitto e denso di storie d’altri tempi, ma percorrendo tanto il tracciato storico-archeologico quanto quello storico-culturale, quello che sicuramente colpisce e appaga lo sguardo e la mente del viandante è il paesaggio, un paesaggio  affascinante fatto di pianori, valli e colline e profumato di dignità e rispetto per la tradizione “emozioni” che affrancano il cuore.

Un paesaggio agricolo fiorente, rispettato nella propria integrità quasi in ogni sua parte, ad eccezione di quelle “lacerazioni” prodotte dal miracolo industriale del fondo valle, che di fatto e per fortuna nell’area dell’Ufita non è durato più di un decennio, e quindi non è stato capace di inghiottire molto spazio e soprattutto molte storie.

Ma qui si racconterà solo di quel paesaggio che rappresenta un’agricoltura rigogliosa, contrassegnata dai maestosi vigneti e dalle distese di cereali e legumi, con un cenno particolare, anche perché mostrato con orgoglio da chi abita questa area, al paesaggio dell’olivo di ravece, il cui olio viene definito l’oro giallo della valle dell’Ufita.

Probabilmente è proprio l’abbondanza di queste coltivazioni che ha ispirato il fonema base del nome di questa valle.

Dopo i cereali e le farine, dopo i vini, ormai noti in tutto il mondo, l’Irpinia sta, infatti, riscuotendo ora numerosi successi con i suoi oli di pregio, e l’area dell’Ufita né è la principale protagonista, con oli che sono la combinazione di un ambiente pulito, di grande ricchezza di varietà, di capacità imprenditoriali delle popolazioni e di consolidata tradizione nella trasformazione dei prodotti.

La presenza dell’olivo è qui ampiamente documentata sin da epoca romana, sebbene la massima diffusione si ebbe dall’era angioina in avanti.

Le condizioni climatiche e la composizione del terreno rendono questo un luogo estremamente interessante per sviluppare appieno la passione per la produzione di olio di qualità, i substrati di origine calcarea, marnosa o argillosa per i rilievi e alluvionali per i terreni pianeggianti e la tradizione di una terra dove il lavoro agricolo è da sempre simbolo di valori etici e di convivialità hanno dato vita ad un prodotto di nicchia particolarmente apprezzato.

Oggi, nonostante il doloroso abbandono delle terre a cui si è assistito in epoca di “miracolo italiano”, cioè negli anni settanta e ottanta, nell’area dell’Ufita si respira un attaccamento alla terra non comune, spesso un attaccamento che è sostanziato da un ritorno, il ritorno della nuova generazione di imprenditori agricoli, che credono nell’attività dei propri nonni e che intendono continuare a coltivare le proprie terre e intendono incrementare queste attività attraverso nuove metodologie produttive ma con un profondo rispetto per il territorio e per la tradizione.

Le filiere agricole, rappresentano uno dei segmenti più importanti, non solo per il numero di operatori occupati e per l’indotto economico che movimenta, ma anche per l’entità delle superfici interessate, per i suoi rapporti, strettissimi, con il paesaggio e la difesa del suolo, e per l’inscindibile legame che questo luogo ha con la storia, la tradizione e la cultura locale.

Autore : Silvia Marano\TdP Territori di Progetto