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La tragedia nipponica, riflessioni obbligate

Categoria Notizie Data: 22-03-2011
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 Abbiamo tutti assistito alla tragedia giapponese. Possiamo trarne molti insegnamenti, in materia di governo del territorio. Purtroppo, emergono anche interrogativi inquietanti.

Nell’elenco degli insegnamenti, il primo riguarda la prevenzione dei danni da terremoto: quello giapponese è stato di grado 9,0, quello dell’Aquila di grado 5,9 (ci sono alcune controversie sull’esatta misurazione del terremoto abruzzese, ma questo è il dato che sembra maggiormente accettato). Per quanto ogni simulazione delle vittime e dei danni sia un esercizio astratto e vagamente morboso, pure è del tutto evidente che un sisma quale quello di Sendai, se colpisse l’Italia, avrebbe esiti ben più tragici e disastrosi. Questo anche ricordando che la gran parte delle vittime giapponesi non è stata uccisa dal sisma, ma dal successivo tsunami, parola orientale per indicare il maremoto. Molti credono che nel piccolo Mediterraneo, lontano dagli oceani, questo non possa accadere, e si sbagliano: un maremoto, o tsunami che dir si voglia, si verificò nello stretto di Messina nel 1908, con gravissime conseguenze. Per quanto l’Italia abbia un punto debole non eliminabile nella grande quantità di edifici antichi, o semplicemente vecchi, in muratura o in pietra (a differenza del Giappone che ha case tradizionali in legno, un patrimonio architettonico antico relativamente modesto e quasi nessun edificio vecchio, perchè si abbatte e si risana continuamente), questa non è una ragione per non decidere una volta per tutte una nuova politica edilizia basata su più stringenti criteri antisismici e sul rinnovamento edilizio; insomma, dobbiamo chiederci seriamente se convenga conservare un impianto urbanistico di scarso interesse storico, magari risalente al ventesimo secolo, o al massimo al diciannovesimo. Il disastro dell’Aquila non ha riguardato solo venerabili monumenti, ma anche e soprattutto tutta un’edilizia fragile e inadeguata. Inutile aggiungere che in più vi è il problema dell’edilizia abusiva, che non offre la benchè minima garanzia di sicurezza. Una vera e propria rivoluzione in questo campo dovrebbe quindi essere messa all’ordine del giorno in Italia: legalità nell’uso del territorio, qualità edilizia, ristrutturazione dei centri storici, abbattimento e ricostruzione della cattiva edilizia “moderna” che deprime, anche esteticamente, le città italiane, e che potrebbe rivelarsi anche pericolosissima.

Nell’elenco degli interrogativi, il più grave riguarda la sicurezza degli impianti nucleari: le centrali di Fukushima si sono rivelate estremamente vulnerabili. Non convince molto chi sostiene che le nuove centrali in Europa siano più sicure (bisognerebbe metterle alla prova), e tanto meno chi dice che non sono le centrali, ma l’errore umano (gli errori umani possono mettere a dura prova l’impianto più sicuro, e sono davvero ineliminabili).

Soprattutto, non convince chi sostiene la “relatività” dell’incidente nucleare, sottolineando che, in fondo, le vittime dirette oggi di Fukushima, come ieri di Chernobyl, sono pochissime rispetto ai morti per il terremoto o le inondazioni. Sembra di ascoltare coloro che, durante la guerra fredda, per “relativizzare” l’incubo nucleare in un mondo minacciato dalla guerra atomica, sostenevano che, in fondo in fondo, Hiroshima e Nagasaki non erano state niente di troppo diverso da altre tragedie della guerra meno ricordate, come i “normali” bombardamenti su Dresda o su Tokio. Non è così: terremoto o crollo di una diga, guerra o incidente, dopo una tragedia la vita rinasce e la natura riprende il suo corso. Con una bomba o un incidente di tipo nucleare, invece, l’aria, l’acqua, la terra, il cibo rimangono contaminati per decenni, e le vittime, per tumore soprattutto, continuano a morire altrettanto a lungo. E’ una differenza enorme.

 

                                                                                                              Anna Falqui