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Rosarno, un anno dopo

Categoria Notizie Data: 11-01-2011
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E' passato un anno dai "fatti di Rosarno". Dodici mesi che hanno steso l'oblio sulla tragica "caccia al negro" che seguì la rivolta dei braccianti africani contro le continue vessazioni. Giustizialisti in odore di 'ndrangheta contro raccoglitori di arance provenienti da Burkina Fasu, Costa d'Avorio, Ghana, Guinea, Mali, Senegal. Era il 7 gennaio 2010.
Oggi, per quei migranti è cambiato poco. Molti sono finiti nell'agricoltura pugliese. Altri a raccogliere pomodori in Campania. Altri ancora nell’Agro Pontino. Qualcuno è a Roma, dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ma sulla piaga del caporalato si sono spenti i riflettori.
A Rosarno le cose sono cambiate poco. Ci sono meno lavoratori africani. Dai 2.500 dell’anno scorso agli ottocento di quest’anno. Ma perché sono arrivati quelli dell'Europa dell'est. La situazione degli alloggi è addirittura peggiorata: le fabbriche utilizzate come ricoveri sono sigillate. Così molti braccianti sono costretti a vivere in casolari diroccati. Senza riscaldamento e senza acqua corrente.Don Giuseppe Varrà, parroco di San Giuseppe Battista a Rosarno, conferma. "In molte case, soprattutto nelle campagne, vivono anche dodici persone. Senza luce, nè acqua. La situazione dell'ordine pubblico è più tranquilla, ma lo Stato è stato abile solo a deportare.Tante promesse e progetti, ma niente di concreto. L'economia della piana si basa sempre sugli agrumi, che si vendono a cinque centesimi il chilo. Quello che non riesce a fare l'economia, lo fa l'assistenza e l'integrazione. Noi, da parte nostra, facciamo quello che possiamo, andiamo incontro alle necessità, alle prime necessità: la mensa durante la settimana, la distribuzione di indumenti, la scuola di lingua italiana...".Giuseppe Pugliese fa parte dell’Osservatorio migranti Rosarno. Il ruolo dell'associazionismo resta vitale. Tenta di colmare vuoti infiniti. “I fatti di Rosarno sono stati letti dal governo solo come una questione di ordine pubblico, affrontata con la repressione - denuncia Pugliese - ma a quella vicenda non hanno fatto seguito interventi per il miglioramento delle condizioni di vita dei braccianti".
E la politica? L'opposizione getta benzina sul fuoco. "In un anno a Rosarno non è stato fatto nulla per garantire migliori condizioni di vita agli immigrati, per realizzare più controlli nel settore dell'agricoltura, per favorire l'integrazione con la popolazione locale - sottolinea il senatore Roberto Di Giovan Paolo del Pd, segretario della Commissione Affari europei. Sulla stessa linea il collega Stefano Pedica dell'Idv: "Rosarno rimane una macchia nera che solo la politica potrebbe lavare. Ma il governo non ha ancora recepito la direttiva europea che punisce i datori di lavoro nero ai clandestini, rischiando una salata violazione del diritto comunitario".Nei giorni scorsi un centinaio di immigrati ha srotolato striscioni davanti al ministero delle Politiche agricole. "Le vostre arance non cadono dal cielo", recitava uno slogan fresco di vernice. “Basta lavoro in nero”, “Non vogliamo più essere clandestini”, “La gente come noi non molla” denunciavano altri slogan.Più pragmatica la piattaforma di richieste presentata al dicastero  dai lavoratori: apertura di tavoli con le istituzioni, dignitose condizioni di accoglienza, assistenza sanitaria, sistema di etichettatura etica per i prodotti della filiera, permesso di soggiorno a chi denuncia il caporale o condizioni di lavoro irregolare, come avviene in altri Paesi europei.“Non abbiamo neanche il tempo per mangiare - spiega Moussa, ventinovenne originario del Congo. "Lavoriamo per venti euro al giorno, dalla nostra paga paghiamo cinque euro al caporale. Questo è il prezzo pattuito per raccogliere cento cassette di kiwi, mandarini o arance.Moussa, l'anno scorso a Rosarno, è stato investito da un’auto. "Mi hanno distrutto un ginocchio. Ho subito diverse operazioni”. Ora è stato costretto a venire a Roma per le cure mediche, aiutato da alcune associazioni."Dopo un anno le cose non sono cambiate – denuncia Sang, 43 anni, una moglie e sei figli in Gambia, un passato e un presente da bracciante nel Foggiano e in Calabria. "La rivolta ha messo in luce in quali condizioni viviamo e lavoriamo ma ancora siamo precari. Ancora le nostre case sono abbandonate e senza servizi. Ancora il lavoro è a nero. Abbiamo bisogno di documenti, di un lavoro regolare e che non sia sottopagato".Gli fa eco Abu, 30 anni. E' fuggito dalla guerra in Costa D’Avorio. "Io sono fortunato perché ho un lavoro da magazziniere, anche se sono laureato in informatica gestionale - evidenzia. "Bisogna cambiare questo sistema del ricatto del permesso di soggiorno. Noi vogliamo il lavoro. Senza lavoro non si può vivere. Ma anche dignità".Rosarno non va lasciata sola. Va combattuto lo sfruttamento che non solo colpisce la componente più debole dei lavoratori agricoli. E soprattutto le imprese agricole oneste.
(Giampiero Castellotti)