Società - La riforma del Welfare, le proposte dell'Uci e di Copagri
Categoria Focus Data: 18-01-2012
Proponiamo una nostra chiave di lettura a beneficio del ministro per il welfare, Elsa Fornero, relativamente alla ventilata riforma del mercato del lavoro, con un’analisi dettagliata degli scenari e delle prospettive del nostro mondo, quello agricolo. L’Uci, la Copagri, intendono portare il proprio contributo, in quanto parte sociale, al dibattito attualmente in corso.
Scenario generale- Un settore aziendale in evoluzione.
Il recente Censimento Istat dell’ agricoltura ha messo in luce come si assista a un processo piuttosto rapido di concentrazione: nel periodo 2000-2010 si è infatti assistito ad una riduzione del 32,2% del numero delle imprese agricole, che sono oggi un milione e 630mila circa.
Poichè in dieci anni la SAT (superficie agricola totale) è diminuita dell’8% e la SAU (superficie agricola utilizzata) del 2,3%, ne consegue un aumento della superficie media per azienda del tutto significativo. In particolare, sappiamo che si sono dimezzate le aziende con meno di un ettaro, e la media, ovviamente del tutto indicativa, è passata da circa 5,5 a quasi 8 ettari/azienda; all’estremo opposto della gamma, sappiamo che le grandi aziende sono oggi il 5% e coltivano ben il 54% di SAU (fonte: Istat, 6° censimento generale agricoltura).
Quanta occupazione.
Sull’occupazione, la variazione di trend del terzo trimestre 2011 (dato Istat più recente del 5 gennaio 2012) ci dà anche un’indicazione interessante: l’agricoltura registra una moderata crescita del numero di occupati (+1,3%, pari a 11.000 unità) nelle posizioni lavorative dipendenti del Mezzogiorno, praticamente è l’unico dato positivo sull’occupazione nel Sud (oltre che in quelle autonome del Centro).
In generale, i dati complessivi recenti sono però altalenanti, e indicano aree di crisi e di flessione. In dati assoluti, parliamo oggi di 453mila posizioni dipendenti e 437mila indipendenti, circa 900mila posti di lavoro (vicino al 4% circa dell’occupazione, su quasi 23 milioni di occupati) (fonte: Istat, Occupati e disoccupati terzo trimestre 2011, tabella 8, pubblicato il 5 gennaio 2012)
Quale occupazione.
Rimane il fatto che tuttora ci sono, nell’agricoltura italiana, più conduttori e loro familiari che dipendenti, e, tra questi, la maggioranza sono storicamente e strutturalmente dipendenti a tempo determinato. La struttura del lavoro conferma un elevato impiego di lavoro a carattere familiare, che assorbe l’86% delle giornate complessivamente lavorate; il 10,6% dell’input di lavoro è rappresentato da lavoro a tempo determinato, legato principalmente al carattere stagionale di molte produzioni agricole. Questi aspetti, insieme all’utilizzo delle prestazioni per conto terzi, testimoniano l’elevata flessibilità del lavoro nel settore agricolo, con appena il 2,8% delle giornate di lavoro prestato da lavoro dipendente a tempo indeterminato. La presenza di lavoratori extracomunitari è particolarmente significativa, di circa 200mila presenze. (fonte: Istat, Risultati economici aziende agricole anno 2009, pubblicato il 28 novembre 2001)
Problematiche
Riforma ammortizzatori sociali La tanto discussa riforma degli ammortizzatori sociali, in direzione di un sostegno di disoccupazione universale e di forme di flexicurity secondo modelli europei, è sicuramente interessante per il mondo dell’agricoltura. Infatti, al momento, il tradizionale sistema di assicurazione di disoccupazione per gli operai agricoli, da un lato non copre molte figure di operatori agricoli che sono comunque sottoposti al rischio di precariato e temporaneità del reddito, dall’altro, per il suo sistema di funzionamento, è troppo aperto a frodi e false dichiarazioni, paradossalmente svantaggiando i più onesti.
Occorre dire con franchezza che al momento il sistema non è entrato nel mirino della grande stampa, ma quando questo avvenisse, sarebbe un altro scandalo nazionale. Appare opportuno pensare quindi a inserire i lavoratori agricoli in un sistema nazionale, moderno di ammortizzatori sociali, che non deve essere pensato solo per i “professionali, urbani, metropolitani” ma per tutta la platea di lavoratori precari e flessibili, e al suo interno anche quelli dell’agricoltura.
La presenza di una forte percentuale di lavoratori extracomunitari è d’uso ricondotta al tema dell’abbandono dei lavori più faticosi da parte degli italiani. Questo è sicuramente un elemento reale, ma esiste anche una forma di dumping salariale, perchè i lavoratori stranieri sono, specialmente in determinate e ben conosciute aree agricole del Mezzogiorno (Campania, Puglia e Calabria), un “esercito di riserva” di manodopera che accetta retribuzioni al nero ed eccessivamente basse: questa situazione, che maschera anche frodi al sistema Inps di disoccupazione agricola (l’extracomunitario lavora al posto del bracciante italiano o suo familiare) e ha ricostituito forme gravi di caporalato, non è in alcun modo sostenuta dalle organizzazioni agricole, che anzi la denunciano e chiedono che vengano rafforzati i controlli in questo senso.
Per quanto riguarda gli extracomunitari che vengono assunti regolarmente, si segnala al contrario l’eccessiva lentezza in cui le richieste di permesso di lavoro stagionale vengono “lavorate” dagli uffici (a fine 2011 erano ancora in sospeso migliaia di pratiche del decreto flussi 2010). La spiegazione sovente data dagli uffici del Ministero del Welfare e da quello dell’Interno, che vi sarebbero troppe domande strumentali e il “filtro” sarebbe efficace, non appare sufficiente: quando di dieci domande di assunzione, solo una arriva al contratto, in gran parte questo è perchè è passato talmente tanto tempo che il lavoratore richiesto per un determinato lavoro non serve più ! Questa situazione ovviamente incentiva l’impiego in nero di manodopera.
Il ruolo del nucleo familiare nella conduzione della piccola azienda agricola è centrale. Questo è il volto più tradizionale dell’agricoltura, ma va a interessare le politiche più moderne, quelle di conciliazione. Le famiglie rurali hanno bisogno di maggiori servizi, a partire dagli asili nido, ma anche trasporti pubblici e accesso a Internet, che liberino le famiglie da pesi che opprimono il lavoro delle donne.
Le politiche di conciliazione (congedi parentali anche per il marito, flessibilità di orari e permessi finalizzati a conciliare lavoro e famiglia) sono pensate sopratutto in ambito urbano, ma possono e devono essere applicate anche al quadro di riferimento dell’agricoltura.
Formazione professionale. La creazione di imprese, l’accesso ai fondi europei, la progettazione europea sono tutti campi che richiedono una formazione specifica, non solo di tipo agronomico o zootecnico, ma imprenditoriale e manageriale rivolta alle specifictà del camparto. L’agricoltura italiana ha fame di innovazione e di quadri giovani e preparati, per garantire il ricambio delle generazioni mature di coltivatori. Specifici investimenti nella formazione possono e devono essere messi a punto.
Autore : Anna Falqui


