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24 settembre 2015
Caporalato, schiavismo senza tempo

Cifre drammatiche che confermano il quadro del 2014 quando su 37 mila aziende dell’agroalimentare è risultato che soltanto settemila fanno assunzioni assorbendo oltre i tre quarti della mano d’opera con una media di circa mille dipendenti a testa.

Sanzionate 175 persone, scoperti sette casi di lavoro nero, sospese due attività agricole. Sono i numeri dei controlli effettuati dai carabinieri durante l’apertura della stagione delle vendemmia per contrastare il fenomeno del caporalato. Si riferiscono forse alla Puglia? No, al solo piemontese Astigiano, ad uno spicchio piccolissimo – per quanto importante - dell’agricoltura italiana. I controlli sono stati effettuati, in particolare, tra Canelli e Nizza, cuore del Monferrato. Dove s’è scoperto, con una certa sorpresa, che l’illegalità anche qui è particolarmente estesa.

Ben più significativi i dati scaturiti dai controlli in Puglia, diffusi dal segretario Flai Cgil regionale, Giuseppe Deleonardis. “Nel solo mese di agosto, nella nostra regione sono state controllate 300 aziende con circa tremila lavoratori, il cui 50 per cento è risultato 'a nero' o comunque irregolare, a fronte delle 1.818 imprese ispezionate nell'intero arco del 2014, con un 56 per cento di infrazioni e l’80 per cento di lavoro nero”.

Cifre drammatiche che confermano il quadro del 2014 quando su 37 mila aziende dell’agroalimentare è risultato che soltanto settemila fanno assunzioni assorbendo oltre i tre quarti della mano d’opera con una media di circa mille dipendenti a testa; tra queste aziende, 600 producono ortofrutta tra le province di Foggia, Bari, Bat e Taranto e fanno filiera, ovvero seguono il prodotto sino alla commercializzazione e spesso sono quelle più pervase da illegalità. 

Secondo la Flai Cgil sarebbero almeno 400 mila in tutta Italia questi lavoratori “a nero”, quindi invisibili per la legge, che però assicurano preziosa manodopera (per lo più alla criminalità) con paghe da fame. La loro emersione è quasi sempre casuale, legata ad eventi tragici, come alle morti per infarto o ad incidenti stradali di pulmini dove i lavoratori vengono stipati all’inverosimile.

Tra la generica “illegalità”, in cui rientrano anche i mancati versamenti dei contributi previdenziali, e lo strutturato fenomeno del “caporalato”, cioè il vero e proprio schiavismo in agricoltura, i confini sono sottili. E’ un mondo del lavoro fatto di arbitrarietà e di soprusi, più diffuso di quanto si creda. Se il Sud, Puglia in testa, ne è l’emblema, nel Nord è in piena diffusione. La Lombardia, il Piemonte, l’Emilia-Romagna e la Toscana non ne sono esenti. Slow Food, di recente, ha denunciato e raccontato il caporalato radicato nelle piemontesi Langhe. Segnalazioni arrivano persino dall’Alto Adige.

Tale piaga, che sembrava archiviata dopo l’esplosione negli anni Cinquanta, in questo nuovo millennio è tornata di stretta attualità un po’ in tutto il Paese. Alimentata, principalmente, dai movimenti migratori provenienti dall’Africa e dall’Asia, ma anche dall’Europa orientale. Sono le organizzazioni criminali, che gestiscono scientificamente il fenomeno, ad intercettare migranti ridotti in condizioni di dipendenza e di schiavitù. Non manca la complicità di cooperative o addirittura di agenzie d’intermediazione lavorativa inquinate, comprese filiali di agenzie interinali.

Nel 2010 scoppiò il caso dei lavoratori extracomunitari di Rosarno, in Calabria. Furono gli stessi stranieri, organizzando una serie di manifestazioni contro i caporali, a squarciare il velo non solo sulle loro condizioni di vita e di lavoro (turni di quindici ore al giorno, spesso mangiando solo gli agrumi raccolti), ma anche su una fitta rete di illegalità. Si fece luce, ad esempio, su un sistema di truffe perpetrate ai danni degli enti previdenziali e vennero arrestati una trentina di caporali. Non mancarono anche sequestri di aziende agricole e di  terreni.

L’eco seguita a quei fatti portò al varo del decreto legge numero 138 del 13 agosto 2011, che ha introdotto nel codice penale italiano il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Le pene previste per i caporali sono la reclusione da cinque a otto anni e una multa da 1.000 a 2.000 euro per ogni lavoratore coinvolto.

E’ pur vero, però, che l’illegalità nelle campagne non è mai venuta meno dal dopoguerra ad oggi, prova ne sono – ad esempio – gli incidenti stradali che hanno fatto emergere casualmente i fenomeni di caporalato (come nel maggio del 1980, quando tre ragazze di Ceglie Messapica, in Puglia, persero la vita in un autobus dei caporali) o episodi di cronaca nera, come le frequenti aggressioni a lavoratori o a sindacalisti da parte dei più cinici datori di lavoro.

“Il caporalato non nasce oggi, c'è sempre stato – conferma Cosimo Marchionna, segretario provinciale dello Spi-Cgil di Brindisi, il quale negli anni Ottanta partecipava ai picchetti dei braccianti agricoli insieme ad una giovanissima Teresa Bellanova, oggi sottosegretaria al ministero del Lavoro. “Le aziende trattano direttamente con i caporali il prezzo della manodopera e le donne vengono caricate sui pulmini prima che sorga il sole, per arrivare nei campi anche fuori regione. Spesso si addormentano e quando scendono i gradini del pulmino non sanno neppure dove sono”.

Condizioni disumane - La vita agricola, in queste condizioni, è fatta di minacce, brutalità, sottrazione di parte del salario, persino vendita a caro prezzo di acqua o di cibo durante il lavoro. Per non parlare delle condizioni dei ghetti dove “lo schiavo” vive nelle poche ore del giorno in cui non è  a lavorare nei campi o durante il trasporto, stipato come sardine su vecchi furgoni.

Tante storie quotidiane che nell’estate del 2015, particolarmente torrida, sono emerse a causa delle morti per sfinimento sui campi. Come quella di Mohamed Abdullah, bracciante quarantasettenne del Sudan, verificatasi nelle campagne di Nardò, in provincia di Lecce. O dell’italiana Paola Clemente, 49 anni, deceduta il 13 luglio mentre lavorava all’acinellatura dell’uva nelle campagne di Andria. Questa morte ha portato alla perquisizione e all’acquisizione di documenti presso le abitazioni di oltre un centinaio di braccianti, a conferma di come il fenomeno sia esteso. La procura di Trani ha indagato tre persone per omicidio colposo ed omissione di soccorso, in un clima di diffusa omertà e addirittura di resistenza, oltre all’emersione di documenti in cui ci sarebbero discrepanze tra giornate lavorative effettuate e pagate. Un’altra morte, di un rumeno, è avvenuta in Veneto durante la raccolta delle mele.

“Il caporalato esiste da cent’anni perché è un sistema che funziona. E pertanto va sconfitto proponendo un sistema che sia giusto e legale, ma altrettanto efficiente. Che sia flessibile, come serve agli agricoltori, ma senza sfruttamento e senza precarietà – dichiara a “Redattore sociale” Giulia Anita Bari, che per l’organizzazione non governativa “Medici per i diritti umani” (Medu) coordina il progetto “Terragiusta”: operatori sanitari e unità mobili sui principali luoghi in cui sono presenti braccianti agricoli stagionali nel Centro e Sud Italia. Il Vulture in Basilicata, la piana di Gioia Tauro in Calabria, l’Agro Pontino nel Lazio e la piana del Sele in Campania, più un progetto di monitoraggio nella Capitanata, in provincia di Foggia. “Abbiamo monitorato, con due visite a fine agosto, i due centri d’accoglienza di Palazzo San Gervasio e di Venosa, creati dalla task force della Regione Basilicata e affidati direttamente in gestione alla Croce Rossa, per superare i ghetti e gli insediamenti informali in cui vivono i braccianti agricoli nella zona del Vulture – continua Giulia Anita Bari. “Nel primo abbiamo trovato circa settanta persone, e nel secondo una ventina. I lavoratori non vanno a vivere nelle tendopoli o nei centri d’accoglienza regolari. Ma questo non perché siano obbligati dai caporali a stare nei casolari abbandonati. Non ci vanno perché questi centri non sono attrezzati alle loro necessità di lavoro - continua Giulia Anita Bari. E spiega: “In agricoltura ci sono mille variabili: un giorno piove, un giorno è urgente raccogliere. È difficile immaginare che, nei momenti di punta, i lavoratori e i datori di lavoro facciano davvero riferimento alle liste disponibili nei centri per l’impiego nei capoluoghi. Se, invece, gli sportelli per la regolarizzazione dei lavoratori fossero presenti direttamente nei luoghi dove loro vivono, potrebbero davvero essere competitivi rispetto al ‘servizio’, illegale ma efficiente, offerto dai caporali. Così, il datore di lavoro potrebbe presentarsi, prenotare le squadre per i giorni successivi, e sulla base delle esigenze si organizzerebbe anche il trasporto. In modo legale, ma flessibile - conclude Giulia Anita Bari.

Un’altra risposta viene dal “peso etico” del lavoro nei campi. In questo, ad esempio, l’agricoltura biologica rivendica il proprio ruolo di risposta al caporalato.

Fabio Brescacin, presidente di “Ecornaturasì”, in una lettera aperta punta il dito contro due fenomeni: la perdita di una cultura agricola e un’enorme pressione al ribasso dei prezzi agricoli. Scrive: “Della situazione che sta emergendo ora, ed è bene che emerga, il responsabile non è solo il contadino che usa i braccianti in nero a basso costo e che non è in grado, culturalmente, di fare il salto verso un’agricoltura diversa, o il caporale che se ne approfitta, o i commercianti senza scrupoli, o le multinazionali della chimica, o le facoltà agricole delle università: siamo tutti noi che abbiamo aperto le porte, inconsapevolmente, a un pensare morto e che partecipiamo a un sistema economico che alimentiamo continuamente con le nostre scelte che non si chiedono cosa stia dietro un prodotto e dietro il suo prezzo”.

Il discorso, insomma, per quanto tocchi particolarmente il nostro Paese, può essere generalizzato. C’è un calo della tensione etica, tipica delle campagne, e sotto accusa finiscono i modelli economici contemporanei di produzione, di distribuzione e di consumo del cibo. Ci sono multinazionali – è noto – che stanno concentrando nelle proprie mani la proprietà delle terre e delle sementi e nel contempo stanno avvelenando le campagne con la chimica, ma anche con rapporti di lavoro sempre più artefatti. Sono le stesse aziende che impongono la monocoltura, inaridiscono i terreni, distruggono il paesaggio agrario, muovono interessi verso la privatizzazione dell’acqua.

Brescanin richiama il ruolo del consumatore finale, che può fare la differenza attraverso le proprie scelte, può costituire la leva su cui poggiarsi per cambiare le cose.

Presto una legge - E la politica? Cosa fa in questo anno caratterizzato dalle buone intenzioni che echeggiano dai padiglioni di Expo?

Il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina: “È necessaria una riflessione: spesso le norme che sanzionano il caporalato sono di difficile applicazione. Poi credo che per produrre effettivamente maggiore legalità non serva più burocrazia ma più semplificazione. È proprio nella confusione burocratica che si annidano le insidie peggiori. Quindi dovremo ragionare presto di come si possano rendere più semplici e chiari questi meccanismi. Serve la collaborazione di organizzazioni agricole e sindacati. E in Parlamento dobbiamo puntare a rafforzare la Rete del lavoro agricolo, approvando subito il 'collegato agricoltura. Serve, come contro la criminalità organizzata, un salto di qualità che rompa il muro di gomma, l'omertà e la paura".

Il ministro ha assicurato che in tempi stretti arriverà una legge, che prevede la confisca dei beni per le imprese che si macchiano del reato di caporalato, come avviene per i mafiosi. "Il provvedimento è allo studio con il ministro della Giustizia Andrea Orlando, come abbiamo specificato anche in una lettera al quotidiano La Repubblica, e sarà pronto a breve – ha detto il ministro nel corso di un vertici proprio sul caporalato. “Il governo, inoltre, pensa ad una forma di assistenza legale, di cui abbiamo parlato sempre con Orlando, con risorse dedicate. Non si può morire per il lavoro nei campi - ha continuato il titolare del Mipaaf. “Il fenomeno del caporalato è molto delicato e con radici antiche e per questo serve un piano di azione ragionato, per non fermarsi all'emergenza ma rendere strutturale l'azione di contrasto: siamo impegnati a superare definitivamente situazioni di illegalità che arrivano da lontano. Non bisogna però generalizzare la situazione e dipingere tutto in negativo - ha concluso Martina - la stragrande maggioranza delle imprese agricole opera nelle regole e noi andremo avanti rafforzando i controlli"

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, nel corso della stessa iniziativa s’è soffermato sulle azioni di contrasto al fenomeno: "Abbiamo già sviluppato un'azione di contrasto, lo rafforzeremo e lo metteremo assieme ad altre questioni da affrontare anche con il ministero degli Interni per quanto riguarda l'immigrazione e con il ministro della Giustizia per la confisca dei beni. Il piano è complesso e non di breve periodo, ma serve a dare una risposta culturale al fenomeno, tenendo conto non solo del danno alle persone ma anche del danno al sistema imprenditoriale”.

Lo stesso capo dello Stato, Mattarella, in un video messaggio ha definito questi fenomeni “dolorosi e inaccettabili”, una “piaga sociale che deve essere eradicata”.

“Restituire legalità e dignità ai lavoratori e all’agricoltura sana, in Puglia e in Italia, è possibile. Ma non fino a quando considereremo questa un’emergenza solo di carattere normativo o di carattere giudiziario. Non è così". E’ quanto ha dichiarato Teresa Bellanova, sottosegretaria al Lavoro e alle Politiche sociali, nel corso di un incontro a Grottaglie (Taranto) sul tema “Il contrasto al caporalato. Per restituire legalità e dignità ai lavoratori e all’agricoltura sana”.

"C’è stato un tempo - ha proseguito - in cui la lotta al caporalato in Puglia ha significato una grande mobilitazione collettiva e politica di coscienze, intelligenze, passioni. Un tempo in cui è stato chiaro a tutti che l’ingresso nella modernità per la nostra regione passava anche da qui. Dallo spezzare il caporalato, rompendo la catena malata che legava nello stesso ricatto, ancorché fortemente asimmetrico, lavoratrici, contadini, piccole imprese ai caporali. Oggi, tutti, dal presidente Renzi al governo, al Parlamento, siamo, molto più di ieri, in campo".

"C’è una intesa interministeriale fortissima che coinvolge i ministeri del Lavoro, dell’Agricoltura, della Giustizia. C’è la Rete del lavoro agricolo di qualità attiva dal 1° settembre. C’è il protocollo tra ministero del Lavoro e Aci per contrastare la rete illegale della mobilità al servizio dei caporali. C’è un’attenzione evidente del Parlamento e dei parlamentari pugliesi - ha ricordato il sottosegretario. "Naturalmente intese e protocolli hanno senso se vengono adeguatamente attivati e sostenuti. E qui nessuno può sentirsi autorizzato a tirarsi fuori. Dai Comuni alla Regione la rete istituzionale può e deve fare sentire tutta la sua autorevolezza e la sua determinazione. Così le imprese, che devono sentirsi realmente coinvolte. Il marchio di qualità a quelle aziende che applicano realmente le regole, che contemplano equità e sicurezza è, in questa fase, rilevantissimo. La lotta al caporalato - ha sottolineato - è una questione istituzionale, è una questione imprenditoriale, è una questione economica, ed è una questione politica. Non possiamo chiedere a chi guadagna 15 euro al giorno, agli anelli deboli della catena, di fare gli eroi e denunciare, se poi non vengono attivate tutte le tutele e le reti di protezione e di garanzia adeguate".

Celeste Costantino, deputata calabrese di Sel che da tempo si occupa del problema, propone “nuovi strumenti di tracciabilità, la pubblicazione dell’elenco dei fornitori, l’adozione delle etichette narranti per tutti i prodotti e la responsabilità solidale delle aziende della filiera agroalimentare” perché, ricorda, “molti dei prodotti che acquistiamo al supermercato provengono da una filiera sporca, fatta di sfruttamento nei campi e grandi guadagni per le multinazionali dell’agricoltura”.

Le buone pratiche -Mentre la politica traccia strategie per il futuro, diverse organizzazioni della società civile mettono in campo risposte concrete o lanciano proposte.

Emergency”, ad esempio, ha trasferito in Puglia due polibus, ambulatori medici itineranti, per coprire alcuni dei luoghi più colpiti dal fenomeno. Così, dal Ghetto di San Severo a Borgo Mezzanone vicino Manfredonia, da San Marco in Lamis a Stornarella, una squadra di medici e mediatori culturali si occupa di portare un'assistenza di base vicino ai campi.

"D'estate l'affluenza è maggiore, ma il lavoro continua anche d'inverno -  spiega Maria Teresa Lauria, mediatrice culturale e coordinatrice del polibus di Emergency. “Sono presenti due medici e due mediatori culturali in ogni ambulatorio. Oltre ad aiutare il personale medico nel superare le barriere linguistico-culturali, i mediatori forniscono anche un servizio di assistenza e d'informazione per facilitare l'accesso al sistema sanitario nazionale  e mettere al corrente i braccianti dei loro diritti”.

Dal 2012 ad oggi, i due ambulatori hanno garantito circa 13.300 visite e curato 4.570 pazienti. Le patologie più diffuse sono quelle legate a uno stile di vita logorante. Lombagie, gastriti, problemi odontoiatrici e gastro-intestinali.

"I braccianti  -  continua Lauria  -  vivono in insediamenti informali come casolari occupati o baracche costruite con materiali di scarto. Un'alimentazione carente e la mancanza di acqua corrente e servizi igieni hanno gravi ripercussioni sulla salute dei lavoratori".

La maggior parte degli assistiti da Emergency provengono dal Senegal, Mali, Costa D'Avorio e Burkina Faso. Quasi l'88 per cento possiede permessi di soggiorno per motivi umanitari o richiedenti asilo.

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, propone l’utilizzo di droni, telecamere in volo sui campi, per combattere il caporalato. L’Inps è particolarmente esposta al problema in quanto i suoi ispettori sono spesso costretti ad andare insieme ai carabinieri a fare gli accertamenti.

Il futuro dell’agricoltura - In una fase storica in cui l’agricoltura continua a perdere redditività, interrogarsi sulle regole è quanto mai opportuno. Perché, pur tra mille difficoltà, il nostro settore primario continua a garantire l’esistenza ad un milione e seicentomila aziende, con un fatturato da 250 miliardi di euro l’anno (15 per cento del Pil). E l’Italia agricola continua a vantare il maggior numero di prodotti “distintivi”: 272 tra Dop e Igp, 4.886 specialità tradizionali regionali, oltre che essere al vertice della sicurezza alimentare con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4 per cento), quota inferiore di quasi quattro volte rispetto alla media europea (1,4 per cento) e di quasi 20 volte quella extracomunitaria (7,5 per cento). Da noi non si coltivano organismi geneticamente modificati, come al contrario avviene in 23 dei 28 Stati dell’Unione.

Nonostante ciò, in termini di incidenza sul totale del commercio alimentare, fresco e confezionato, la grande distribuzione organizzata (gdo) continua a conquistare quote significative nella vendita dei prodotti, rappresentando ormai il 72 per cento degli sbocchi totali (rispetto al 50 per cento di vent’anni fa). Va tenuto conto che questo settore ha un forte potere contrattuale sugli acquisti, finendo per influenzare anche il lavoro sui campi. A fronte di ciò s’è registrata una netta contrazione del dettaglio tradizionale, passato dal 41 per cento circa del 1996 all’attuale 18 per cento, e un leggero rafforzamento del peso degli altri canali (commercio ambulante, acquisti diretti presso le aziende agricole, eccetera), passati dal 9,2 per cento al 10,6 per cento.

Spiega il blogger Wolf Bukowski: “Le grandi aziende di trasformazione e la grande distribuzione organizzata comprano dove trovano docilità nel fornire agli standard richiesti e a minor costo, e l’esclusione di un fornitore o di un intero territorio derivano dalla semplice pressione di pochi tasti. Si potrebbe quasi dire che è la costante possibilità di quel gesto digitale e asettico ad alimentare il concreto potere di minaccia dei caporali.

A questo punto entrano in gioco le politiche dell’Unione europea, che incentivano la trasformazione dei sistemi agricoli nordafricani orientandoli verso l’export (al servizio di gdo e grandi grossisti e trasformatori del nostro continente), con il risultato di impoverire la maggioranza dei contadini e dei braccianti tanto qui quanto sull’altra sponda del Mediterraneo. E naturalmente entrano in gioco le politiche migratorie, in costante e sotterraneo dialogo con la creazione di lavoro riscattabilissimo”.

photo credit to affaritaliani.it

AUTORE: Redazione,
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