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31 luglio 2015
Il Rapporto Svimez 2015 certifica l’emergenza-Mezzogiorno

In questi sette anni di crisi, gli investimenti nell’industria meridionale sono crollati del 59 per cento e i consumi delle famiglie del 13 per cento; l'analisi dello Svimez. 

Un Paese diviso e diseguale, dove è il Mezzogiorno a registrare dati sempre più drammatici: negli anni dell’attuale crisi (2008-2014) il Sud ha perso il 13 per cento di Pil, quasi il doppio rispetto al pur importante 7,4 per cento del Centro-Nord. Anche il 2014 ha registrato una contrazione del Pil meridionale, dell’1,3 per cento, la metà dell’anno precedente, ma settimo anno consecutivo con il segno meno (nel Nord segnali positivi dal Veneto con più 0,4 per cento, dal Trentino-Alto Adige e dall’Emilia-Romagna con più 0,3 per cento e dalle Marche con più 0,1 per cento). In questi sette anni di crisi, gli investimenti nell’industria meridionale sono crollati del 59 per cento e i consumi delle famiglie del 13 per cento. E ancora, quasi il 62 per cento dei meridionali guadagna meno di 12mila euro annui, contro il 28,5 per cento del Centro-Nord.

Sono soltanto alcuni aspetti del quadro tracciato dal Rapporto Svimez 2015 sull’economia del Mezzogiorno, che certifica per il nostro Sud una crescita inferiore addirittura a quella della Grecia: dal 2001 al 2014 il tasso di crescita cumulato ha registrato un più 21,4 per cento in Spagna, più 16,3 per cento in Francia e più 15,7 per cento in Germania, mentre il meno 1,7 per cento della Grecia è poca cosa rispetto al meno 9,4 per cento del nostro Mezzogiorno (rispetto al più 1,5 del Centro-Nord e al meno 1,1 del dato nazionale italiano).

Guardando nuovamente agli anni della crisi (2008-2014), le perdite più pesanti sono in Molise (meno 22,8 per cento), Basilicata (meno 16,3), Campania (meno 14,4), Sicilia (meno 13,7) e Puglia (meno 12,6).

Indicativa anche l’entità del Pil pro capite. Il dato nazionale, nel 2014, è stato di 26.585 euro, risultante dalla media tra i 31.586 euro del Centro-Nord e i 16.976 del Mezzogiorno. Regione più ricca il Trentino-Alto Adige con 37.665 euro, seguita da Valle d’Aosta (36.183), Lombardia (35.770), Emilia-Romagna (33.107 euro), Lazio (30.750 euro). Nel Mezzogiorno la regione con il Pil pro capite più elevato è l’Abruzzo (22.927 euro); seguono Sardegna (18.808), Basilicata (18.230 euro), Molise (18.222 euro), Puglia (16.366), Campania (16.335), Sicilia (16.283), Calabria (15.807).

Altro dato che rivela l’accentuarsi della forbice tra le due Italie è quello relativo ai consumi, che riprendono a crescere nel Centro-Nord, mentre rimangono in discesa al Sud. Nel dettaglio, nel Mezzogiorno hanno registrato un meno 0,4 per cento nel 2014 a fronte del più 0,6 per cento nelle regioni del Centro-Nord. Se al Sud i consumi alimentari hanno registrato un meno 0,3 per cento l’anno scorso, nel resto del Paese sono saliti dell’1 per cento. Analizzando i soliti anni della crisi (2008-2014), la caduta cumulata dei consumi delle famiglie ha superato nel Mezzogiorno i 13 punti percentuali (13,2), risultando di oltre due volte maggiore di quella registrata nel resto del Paese (meno 5,5 per cento). In particolare, negli anni 2008-2014 il calo cumulato della spesa è stato al Sud del 15,3 per cento per i consumi alimentari, a fronte del meno 10,2 per cento del Centro-Nord; e di ben il 16 per cento per il vestiario e le calzature, il doppio del resto del Paese (meno 8 per cento). Significativo e preoccupante anche il crollo della spesa delle famiglie relativo agli altri “beni e servizi”, che racchiudono i servizi per la cura della persona e le spese per l’istruzione: meno 18,4 per cento al Sud, oltre tre volte in più rispetto al Centro-Nord (meno 5,5 per cento)

GIU’ GLI INVESTIMENTI – Anche nel 2014 gli investimenti fissi lordi hanno segnato una caduta maggiore nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord: nel dettaglio, meno 4 per cento rispetto a meno 3,1 per cento. Dal 2008 al 2014 sono crollati del 38 per cento nel Mezzogiorno e del 27 per cento nel Centro-Nord, con una differenza tra le due ripartizioni di 11 punti percentuali. A livello settoriale, crollo epocale al Sud degli investimenti dell’industria in senso stretto, ridottisi dal 2008 al 2014 addirittura del 59,3 per cento, oltre tre volte in più rispetto al già pesante calo del Centro-Nord (-17,1 per cento). in agricoltura, meno 38 per cento al Sud, quasi quattro volte più del Centro-Nord, meno 10,8 per cento.

Negli anni della crisi 2008-2014 la riduzione del valore aggiunto è stata più intensa al Sud in tutti i settori produttivi. Peggio di tutti l’industria: qui il valore aggiunto è crollato al Sud cumulativamente del 35 per cento, a fronte del meno 17,2 per cento nel resto del Paese. In calo anche le costruzioni, il cui valore aggiunto è diminuito cumulativamente al Sud del 38,7 per cento a fronte del meno 29,8 per cento del Centro-Nord. Scendono nel periodo in questione anche i servizi, meno 6,6 per cento al Sud e meno 2,6 per cento al Centro-Nord.

Emblematico il dato dell’agricoltura: soffermandoci al solo 2014, il settore primario ha perso nel Mezzogiorno addirittura il 6,2 per cento, mentre il Centro-Nord ha guadagnato lo 0,4 per cento.

CROLLA LA SPESA IN CONTO CAPITALE - In tempi di spending review, è interessante rilevare che a livello nazionale dal 2001 al 2013 la spesa pubblica in conto capitale è diminuita di oltre 17,3 miliardi di euro, passando da 63,7 a 46,3 miliardi di euro. Fatto pari a 100 il livello complessivo del 2001, nel 2013 la spesa è scesa al 72,2 per cento, quale media tra l’80 per cento del Centro-Nord e il 61 per cento del Sud. In altri termini, dal 2001 al 2013 la spesa nel Mezzogiorno è diminuita di 9,9 miliardi di euro, passando da 25,7 a 15,8. In più, la spesa complessiva in conto capitale della pubblica amministrazione è arrivata a pesare nel Mezzogiorno nel 2013 sul totale del Paese per il 34,1 per cento, cifra nettamente inferiore all’obiettivo programmatico del 45 per cento fissato in vari documenti di programmazione nei primi anni Duemila. Giù inoltre soprattutto al Sud i trasferimenti in conto capitale a favore delle imprese pubbliche e private: tra il 2001 e il 2013 si è registrato un calo del 52 per cento, pari a oltre 6,2 miliardi di euro. A trainare al ribasso i trasferimenti, il crollo degli incentivi alle imprese private.

IL DRAMMA DEL LAVORO – Un significativo parallelo: nel 2014 gli occupati al Sud sono stati come nel 1977. Il Mezzogiorno ha infatti registrato, tra il 2008 ed il 2014, una caduta dell’occupazione del 9 per cento, a fronte del meno 1,4 per cento del Centro-Nord, oltre sei volte in più. Delle 811mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro nel periodo in questione, ben 576mila sono residenti nel Mezzogiorno. Nel Sud, dunque, pur essendo presente appena il 26 per cento degli occupati italiani si concentra il 70 per cento delle perdite determinate dalla crisi.

Nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133mila). Il Sud, invece, ne ha persi 45mila. Il numero degli occupati nel Mezzogiorno torna così a 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni; il livello più basso almeno dal 1977, anno da cui sono disponibili le serie storiche dell’Istat.

“Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro – scrive la Svimez.

Sul dato pesa anche la questione del genere. Le donne, infatti, continuano a lavorare poco: nel 2014 a fronte di un tasso di occupazione femminile medio del 51 per cento nell’Unione europea a 28 in età 35-64 anni, il Mezzogiorno è fermo al 20,8 per cento. Ancora peggio se si osserva l’occupazione delle giovani donne under 34: a fronte di una media italiana del 34 per cento (in cui il Centro-Nord arriva al 42,3 per cento) e di una europea a 28 del 51 per cento, il Sud si ferma al 20,8 per cento. Tra i 15 e i 34 anni è quindi occupata nel Mezzogiorno solo una donna su cinque. Dal 2008 al 2014, inoltre, i posti di lavoro per le donne sono cresciute di 135mila unità al Centro-Nord, mentre sono scesi di 71mila al Sud. Quanto ai tipi di lavoro, crescono nel periodo in questione del 14 per cento le professioni non qualificate, mentre diminuiscono del 10 per cento le qualificate.

Continua, inoltre, l’andamento contrapposto dell’occupazione tra i giovani e i meno giovani. I primi, under 34, hanno visto perdere in Italia dal 2008 al 2014 oltre 1 milione e 900mila posti di lavoro, pari al meno 27,7 per cento; quasi meno 32 per cento al Sud.

Il Mezzogiorno, negli anni 2008-2014, ha perso 622mila posti di lavoro tra gli under 34 (meno 31,9 per cento) e ne ha guadagnati 239mila negli over 55.

Il tasso di disoccupazione nel 2014 è arrivato al 12,7 per cento in Italia, quale media tra il 9,5 per cento del Centro-Nord e il 20,5 per cento del Sud. Colpiti ancora i più giovani: gli under 24 nel 2014 registrano un tasso di disoccupazione del 35,5 per cento nel Centro-Nord e quasi del 56 per cento al Sud

AUTORE: Redazione,
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