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14 settembre 2015
L’agricoltura sconta il boom di cinghiali

La straordinaria proliferazione – i cinghiali mettono al mondo fino a venti figli l’anno - ha permesso loro di oltrepassare il milione di presenze in Italia, nonostante i numerosi abbattimenti pianificati. 

L’emergenza cinghiali è un problema che investe ormai tutta Italia. Con risvolti anche dolorosi. Gli ultimi due episodi dalle drammatiche conseguenze sono accaduti in Lombardia e in Sicilia. Lo scorso 21 maggio a Iseo, in provincia di Brescia, un meccanico 72enne in pensione, Severo Zatti, è morto dissanguato dopo essere stato aggredito da un cinghiale. Analoga vicenda è accaduta lo scorso agosto a Cefalù, in provincia di Palermo, dove un pensionato che cercava di proteggere il suo cane è stato ucciso dal grosso “ungulato”.

La morte di un uomo assalito da un cinghiale, per quanto sempre più frequente a causa del proliferare della specie, rappresenta però un caso limite. Questi animali, come spiega l’etologo Enrico Alleva, attaccano per difendere i propri cuccioli o se si sentono aggrediti. Così quando c’è di mezzo un cane, soprattutto se da caccia, capita che gli animali diventino più aggressivi, si azzannino tra loro e un uomo presente può rimetterci persino la vita.

Tuttavia già nell’antichità si era coscienti del pericolo rappresentato da questi animali. Nel mito greco l’affascinante Adone, durante una battuta di caccia, viene ucciso proprio da un cinghiale inviato dal geloso Apollo.

Oggi, quando le cronache non riportano episodi di aggressioni dirette, con conseguenze anche drammatiche, a fare sensazione sono gli incidenti stradali causati da questi animali che raggiungono i due quintali di peso. Di recente all’Aquila, ad esempio, un quarantenne ha perso la vita scontrandosi con la sua Smart contro un cinghiale che attraversava la statale. La stessa sorte è toccata in Toscana ad un automobilista deceduto per l’urto contro un “ungulato” di oltre cento chili. Poi aggressioni ad escursionisti, ciclisti, cercatori di funghi, persino a due vigili urbani, come accaduto a Vallecchia di Pietrasanta, in provincia di Lucca.

Non va dimenticato che il cinghiale può costituire anche un mezzo di trasmissione di patologie pericolose, come le pesti suine o le tubercolosi.

Quando l’uomo non ci rimette in salute, viene comunque danneggiato nel portafoglio: tanti raccolti agricoli vengono seriamente compromessi dalle razzie compiute dai cinghiali. Si è arrivati al punto che molti agricoltori abbandonano l’attività agricola perché scoraggiati dalle continue devastazioni.

I problemi causati da questi animali simili ai maiali, ma selvatici e protetti, sono all’ordine del giorno. Non c’è amministrazione locale o prefettura costretta ad inserire il tema nella propria agenda. Talvolta in modo clamoroso, come ad Ancona, dove il sindaco Valeria Mancinelli, esasperata soprattutto dalla conta dei danni, ha detto senza mezzi termini che gli animali andrebbero sterminati, anche “con il lanciafiamme”.

Le denunce riguardano soprattutto le devastazioni compiute dai cinghiali nei campi agricoli e nei giardini, nonché i massacri di animali d’allevamento. “Pesano” anche i resoconti dei continui incidenti stradali causati dagli ungulati (danni per oltre 100 milioni di euro l’anno) o i referti medici per le tante ferite riportate dalle vittime degli incontri poco piacevoli con questi animali forti e combattivi.

La straordinaria proliferazione – i cinghiali mettono al mondo fino a venti figli l’anno - ha permesso loro di oltrepassare il milione di presenze in Italia, nonostante i numerosi abbattimenti pianificati. Ma un censimento preciso non c’è.

“Facciamo fatica a capire le dimensioni del fenomeno perché mancano i dati, nessuno fa un monitoraggio, se non in alcune zone circoscritte e di fondo manca una gestione della popolazione dei cinghiali - spiega Luciano Sammarone, comandante del Corpo forestale dello Stato di Isernia, il quale ricorda che la competenza su tale materia è delle Regioni e delle Province, e non dello Stato.

Al di là dell’esattezza dei dati e delle stime, di certo il fenomeno è in rapida crescita se è vero che l’avvistamento degli animali riguarda ormai ogni provincia italiana, comprese le grandi città. Ad esempio, continuano a fare scalpore le fotografie che immortalano diversi cinghiali sulle strade della periferia nord di Roma, in particolare nei quartieri Monte Mario, Trionfale e Ottavia, dove si nutrono dei rifiuti urbani. Provengono per lo più dalla Riserva naturale dell'Insugherata.

Una realtà paradossale se si pensa che un secolo fa questi mammiferi si erano quasi estinti in Italia, ma poi furono reintrodotti per le esigenze dei cacciatori. Una situazione peggiorata con l’introduzione, negli anni Settanta e Ottanta, di razze più forti, voraci e aggressive provenienti dall’Europa dell’est, il cui peso può, appunto, oltrepassare i due quintali.

I problemi della sovrappopolazione

E’ la Toscana la regione italiana che ospita il maggior numero di ungulati. I dati della stessa amministrazione regionale parlano di almeno 200mila cinghiali (oltre a 200mila caprioli, 8mila daini e 4mila cervi). Sono quasi il doppio rispetto a quelli previsti in base alla cosiddetta “densità biologica”, cioè alla disponibilità delle risorse e all’armonico rapporto con il territorio.

Gli agricoltori sono esasperati, i danni sono quotidiani, persino i quantitativi della produzione del vino ne risentono a causa delle continue razzie ai vigneti. Una ricerca parla di almeno 80mila animali in eccesso.

L’assessore toscano all’agricoltura, Marco Remaschi, ha presentato una legge per contenerne la proliferazione attraverso abbattimenti pianificati. Si lascia aperta anche la strada della sterilizzazione. Ma alcune questioni restano al tappeto, come il rapporto con la caccia (c’è chi propone di tenere aperta la stagione venatoria per almeno un anno per ridurre il numero degli animali) o la gestione delle carni dei capi abbattuti, molto richieste dal mercato.

Il rapporto con la caccia è un altro capitolo spinoso di questa sfaccettata materia. “In effetti il problema della gestione dei cinghiali è legato anche alla mancanza di un’attività che indirizzi la caccia - spiega ancora Sammarone. “Dal momento che si fa in battuta spesso incide sulla struttura sociale di un branco alterando gli equilibri tra i sessi, mentre servirebbero quelli che, in gergo tecnico si chiamano ‘prelievi selettivi mirati’, a seconda delle zone, e che vadano oltre la stagione venatoria, generalmente da ottobre a dicembre. Dal momento che si tratta di una vera e propria emergenza e il cinghiale non è in via d’estinzione si potrebbe alzare, per alcuni anni, la soglia delle eliminazioni”.

Osvaldo Veneziano, presidente di Arcicaccia, chiede una legge “per sburocratizzzre gli interventi, in modo che possano essere tempestivi laddove servono”, proponendo  sottopassaggi, per gli attraversamenti stradali, corsi di formazione per preparare i volontari chiamati ad intervenire e poteri particolari alle Regioni per intervenire tempestivamente in tutto il territorio agrosilvopastorale, comprese le aree protette perché – secondo il presidente di Arcicaccia - non si tratterebbe di attività venatoria. Veneziano denuncia, infine, la forte presenza della carne di cinghiale nel mercato nero, mentre quella ufficiale proviene per lo più dall’estero. Non va dimenticato, infatti, che più della metà dei cinghiali in “eccesso” vengono abbattuti clandestinamente per vendere illegalmente la preziosa carne.

Maggiore utilizzo dei cacciatori è una strada che stanno percorrendo molti enti locali. Nella provincia di Verona, ad esempio, è stato prorogato per l’intera stagione 2015/2016 il regime sperimentale venatorio per la caccia al cinghiale. A Varese, dove nel 2014 sono stati abbattuti 921 cinghiali, partirà a giorni un corso di abilitazione per aspiranti cacciatori di cinghiale in forma collettiva promosso dalla stessa Federcaccia per affrontare il problema con risorse umane opportunamente formate. Ma il presidente della Commissione Ambiente del Senato, Giuseppe Marinello, frena: “Non è nostra intenzione ampliare la caccia, ma tutelare l’ecosistema: ecco perché ci avvarremo delle competenze e delle conoscenze di tutti i soggetti coinvolti comprese le associazioni venatorie. Il fenomeno sta assumendo proporzioni sempre maggiori, è nostro dovere è intervenire – continua Marinello. “Valuteremo l’abbattimento selettivo dei cinghiali Una cosa è certa: il problema va risolto”.

Mentre le principali istituzioni cominciano a muoversi, dopo lunghi e colpevoli periodi di latitanza, gli agricoltori continuano ogni giorno a fare i conti con i danni provocati dai cinghiali.

In Veneto, ad esempio, il lungo periodo di siccità ha spinto i branchi ad invadere i vigneti, in particolare quelli dei Colli Euganei, dimezzando di fatto la produzione. Le cronache locali riportano che i grappoli collocati fino a un metro d’altezza sono quasi tutti esauriti. A ciò si aggiungono gli enormi danni agli impianti e ai terrazzamenti. Riccardo Salmaso, proprietario di un vigneto di uva merlot di quattro ettari e mezzo, racconta che il campo è oggi distrutto per metà dai cinghiali.

La Liguria è un’altra regione dove il fenomeno è particolarmente grave. I cinghiali, oltre a distruggere i campi, gli orti, le recinzioni e a farsi vedere nelle città, con pericolo per le persone e per i veicoli, stanno mandando in rovina gli storici muri a secco degli oliveti a terrazza, in particolare per la ricerca delle lucertole. Secondo dati regionali, gli animali da eliminare sarebbero 24 mila. Gli agricoltori hanno fatto richiesta alla Regione di un servizio di “cacciatori a chiamata”.

L’assessore ligure all’agricoltura e caccia, Stefano Mai, espone un altro aspetto del problema: a causa dell’incertezza sul futuro delle Province e della relativa polizia provinciale, preposta alla materia, si sta registrando un rallentamento dell’attività di controllo ed in alcuni casi l’azzeramento degli interventi. Comunque è in fase di predisposizione un nuovo regolamento regionale, in sostituzione dei precedenti regolamenti provinciali, con il quale disciplinare gli interventi di controllo e un regolamento riguardante le misure di prevenzione ed indennizzo dei danni causati dalla fauna selvatica.

Analoga situazione in Trentino-Alto Adige, dove ai danni provocati all’agricoltura e all’economia dell’allevamento, causa la sistematica distruzione notturna dei pascoli in quota, si sommano quelli relativi alla distruzione di specie botaniche rare, oggetto di studio da parte di esperti di tutta Europa, in particolare nella zona della valle di Ledro e dei monti Lessini. Qui gli agricoltori denunciano che i cinghiali stanno facendo più danni di quelli causati dalle glaciazioni, dal cemento e addirittura dalla guerra. Tra i problemi più seri c’è l’estensione delle zone di devastazione, un tempo limitate a colline e montagne, mentre oggi includono anche il fondovalle.

Allerta cinghiali anche in tutto il Centrosud, dall’Abruzzo alla Sicilia, dove la caccia collettiva al cinghiale inizierà il 3 ottobre. L’assessore abruzzese all’agricoltura, Dino Pepe, ha chiesto a Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole, l’attivazione di un tavolo tecnico per la revisione degli strumenti normativi definiti “obsoleti”. 

Non va infine sottovalutata l’entità economica dei risarcimenti danni a carico della collettività. Trattandosi di animali selvatici, infatti, la loro proprietà appartiene allo Stato, chiamato a sborsare ogni anno milioni di euro in tutta Italia per le razzie di questi animali. E’ l’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ad attestare il fenomeno: oltre l’80 per cento dei rimborsi dei danni causati dalla fauna selvatica è da attribuirsi ai cinghiali. A ciò si aggiungono le spese per la prevenzione, comprensive dei contributi per ogni cinghiale abbattuto durante la caccia.

Ma il paradosso più eclatante è che nonostante l’eccessivo numero di capi in circolazione in tutto il territorio nazionale, si sia continuato a fare ripopolamenti a ritmo di decine di migliaia di capi all’anno.

 

Alla scoperta del cinghiale

Come spiega Francesco Petretti, docente all’Università di Camerino e tra i massimi esperti della materia, è oggi difficile fare una distinzione tra le varie specie di cinghiali in quanto l’ibridazione delle razze autoctone è sempre più frequente, persino con maiali lasciati al pascolo brado, oltre che con le tante specie importate dall’estero. Una cosa è certa: si tratta di animali sempre più grandi, adattabili e soprattutto prolifici. Gli accoppiamenti si verificano, di solito, dalla fine di novembre ai primi di gennaio e le femmine partoriscono fino a dieci cuccioli solitamente fra aprile e maggio, dopo quattro mesi di gestazione. In condizioni particolari la scrofa può partorire due volte: in inverno e in estate.

Le conseguenze più evidenti della proliferazione sono riscontrabili nel mondo agricolo: i danni alle colture sono frequenti e non sempre risultano efficaci le costose recinzioni (impossibile per aree molto estese) o i sistemi di dissuasione chimica o acustica, a cui il cinghiale finisce per abituarsi. Frequente è l’attivazione di barriere con corrente elettrica, che però hanno bisogno di un’efficace manutenzione.

Sulla gestione del fenomeno, aspetto centrale per la prevenzione dei problemi, spiega ancora Petretti: “Vanno controllate accuratamente le popolazioni, studiate e censite, se ne devono valutare l’andamento demografico, i fattori limitanti e solo successivamente decidere se e in quale misura si è raggiunto un livello talmente alto da imporre operazioni di contenimento. Queste non sono battute di caccia ma operazioni selettive svolte direttamente dal personale del parco con sistemi incruenti che consentano di catturare un numero elevato di esemplari da passare poi al vaglio di una vera e propria selezione: quelli che presentano le migliori caratteristiche morfologiche possono essere di nuovo liberati nella zona, gli altri vanno avviati ad altre destinazioni come il ripopolamento di riserve di caccia e l’alimentazione umana”.

Giampiero Castellotti

 

photo credit to zoowebplus.com

AUTORE: Redazione,
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