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23 luglio 2020
Greenpeace, le coste del Tirreno aggredite dal climate change

Analizzando le rilevazioni effettuate a differenti profondità, è emerso che il cambiamento climatico ha iniziato ad incidere sulle coste dell’area presa in analisi

Greenpeace ha svolto delle rilevazioni nel  Tirreno, precisamente nelle acque dell’Isola d’Elba, che avrebbero confermato l’impatto del cambiamento climatico sulla biodiversità delle coste. In collaborazione con l’Università di Genova, lo studio è stato condotto sull’area del Santuario marino Pelagos.

Sono state misurate le oscillazioni di temperature delle acque. I risultati avrebbero restituito una drammatica verità. Analizzando le rilevazioni effettuate a differenti profondità, è emerso che il cambiamento climatico ha iniziato ad incidere sulle coste dell’area presa in analisi. Greenpeace la chiama febbre del mare quest’aumento di temperatura che sarebbe giunta addirittura a 20°C. Una variazione in aumento registratasi anche nel corso dei mesi invernali, dove tra i mesi di dicembre e marzo la temperatura media si è attestata sui 15°C, un grado in più rispetto a 14 anni fa.

Cambiamento climatico, quali conseguenze sul mare?

L’aumento di temperatura dell’acqua non è privo di conseguenze, anzi. Greenpeace spiega che tale fenomeno invoglia lo spostamento a nord di tutte quelle specie che proliferano nelle acque più calde. Circostanza confermata empiricamente tramite immersioni, a mezzo delle quali gli esperti hanno notato le non autoctone specie. Un esempio, riferisce Greenpeace è quello della donzella pavonina, o di alcune stelle marine.

In collaborazione con gli esperti di Genova sono state vagliate tutte le conseguenze che il cambiamento climatico ha sull’ecosistema. È emerso che alcune specie tipiche di quelle zone, stanno subendo delle gravi malformazioni. Alcune di essi sono soggette a necrosi altre a vere e proprie morie. Le gorgonie rosse, ad esempio, parrebbero essere state compromesse per il ben 10% e gran parte dei suoi banchi colpita da mucillagine. Quest’ultima avrebbe ricoperto i fondali fino ai 30 metri. Oltre alle morie ed al soffocamento dei fondali, gli esperti hanno notato anche lo sbiancamento dei coralli e di altri mitili tipici della zona. Ove l’influenza dell’uomo è quasi del tutto assente, nelle aree protette in sostanza, si è notato invece che la biodiversità pare non essere compromessa.

Greenpeace ha concluso il proprio rapporto con una considerazione: servono interventi urgenti. I Governi devono impegnarsi a limitare l’emissione di gas nocivi sì da rallentare il cambiamento climatico. Quest’ultimo è soltanto la punta dell’iceberg che emerge da acque assai torbide. C’è bisogno di un risoluto impegno da parte dello Stato per cercare entro i prossimi 10 anni di tutelare il proprio patrimonio naturale.

AUTORE: Redazione,
CATEGORIE: NotizieAmbiente
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