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26 settembre 2022
Istat, non si arresta il tracollo demografico italiano

Con denatalità e invecchiamento della popolazione ci saranno delle pesanti ripercussioni anche sull’economia e sulla tenuta del Paese.

Secondo l'Istat, nei primi sei mesi di quest’anno i nuovi nati sono diminuiti del 14,5% rispetto allo stesso periodo del 2021, momento in cui il bilancio delle nascite è stato di 399 mila bambini. Secondo le previsioni dell’Istituto nazionale di statistica, nel 2022 l’Italia potrebbe toccare la soglia mai raggiunta di 385-380 mila nascite, diventando il Paese meno fecondo in Europa e nel mondo. Secondo il Presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, "la prospettiva di arrivare a 360 mila nascite entro il 2070 è purtroppo uno scenario più che plausibile, che si porta dietro conseguenze pesantissime sulla vita di tutti: di chi ha figli, ma anche di chi non li ha. In prospettiva, la denatalità associata a un invecchiamento della popolazione avrà ripercussioni sull’economia e sulla tenuta del Paese», le parole precise del prof. Blangiardo.

Nell’ultimo report pubblicato dall’Istat sulle «Previsioni della popolazione residente e delle famiglie», si stima che la popolazione passi da 59,2 milioni al 1° gennaio 2021, a 54,2 mln nel 2050 (- 5 mln) fino a 47,7 mln nel 2070 (-11,5 mln). 

In crescita le famiglie ma con un numero medio di componenti sempre più piccolo. Meno coppie con figli, più coppie senza: entro il 2041 una famiglia su quattro sarà composta da una coppia con figli, più di una su cinque non ne avrà. 

La popolazione di 65 anni e più oggi rappresenta il 23,5% del totale, quella fino a 14 anni di età il 12,9%, quella nella fascia 15-64 anni il 63,6% mentre l’età media si è avvicinata al traguardo dei 46 anni. Di fatto, la popolazione del Paese è già ben dentro una fase accentuata e prolungata di invecchiamento. 

Entro il 2050 le persone di 65 anni e più potrebbero rappresentare il 34,9% del totale secondo lo scenario mediano, mentre l’intervallo di confidenza al 90% presenta un campo di variazione compreso tra un minimo del 33% a un massimo del 36,7%. Comunque vadano le cose, l’impatto sulle politiche di protezione sociale sarà importante, dovendo fronteggiare i fabbisogni di una quota crescente di anziani.

I giovani fino a 14 anni di età, sebbene nello scenario mediano si preveda una fecondità in recupero, potrebbero rappresentare entro il 2050 l’11,7% del totale, registrando quindi una lieve flessione. Sul piano dei rapporti intergenerazionali, tuttavia, si presenterebbe il tema di un rapporto a quel punto squilibrato tra ultrasessantacinquenni e ragazzi, in misura di circa tre a uno.

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