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La storia dell’Uci: verso i 50 anni

L’Uci, Unione Coltivatori Italiani, è una delle principali e più longeve organizzazioni di categoria del mondo agricolo. E’ ramificata in tutto il territorio nazionale, con partnership internazionali. La sua storia, nel più complessivo quadro degli obiettivi generali di difesa dei diritti, di democrazia politica, di custodia del bene comune e di sviluppo economico, è generata dalla centralità dell'uomo coltivatore, della società rurale e dei valori espressi dal mondo agricolo, ritenuti insostituibili e meritevoli di salvaguardia; ed è strutturata sulla tutela dei coltivatori, delle piccole e grandi aziende agricole e delle associazioni di produttori. Con la convinzione che la custodia del mondo rurale si traduca automaticamente nel rispetto dell’etica dell’ambiente, dell’equilibrio socio-naturale e dei diritti del consumatore. L’Uci ha come finalità lo sviluppo dell’agricoltura come pilastro dell’economia locale, della sicurezza e della salubrità alimentare, la sana imprenditorialità agricola, la multifunzionalità, i servizi agrituristici, l’agricoltura sociale, le produzioni eco-compatibili, le eccellenze collegate all’identità. Lo storico sindacato agricolo, quindi, incarnando valori imprescindibili di responsabilità sociale, culturale e ambientale, frutto di un mondo che continua ad organizzare oltre il 70 per cento della superficie nazionale, persegue l’obiettivo complessivo della piena integrazione dell’agricoltura nella società democratica e la sempre più consapevole e attiva partecipazione della popolazione delle campagne alla gestione dello Stato democratico. Primariamente per il conseguimento delle finalità sociali, l’Uci propone la trasformazione e l’ammodernamento delle strutture produttive agricole ed il progresso economico sociale del settore. Il futuro del mondo agricolo, secondo l'Unione coltivatori italiani, non può tradire le orme rappresentative del proprio passato: da sempre la più vera - e nobile - cultura della terra ottimizza le proprie risorse coniugando il senso del lavoro e del tempo con quello del capitale sociale e della vita, garantendosi linfa da pratiche di coesione sociale e di dialogo intergenerazionale, accreditate dal trasferimento di antichi saperi. 

Tuttavia l’Unione Coltivatori Italiani ritiene sbagliato considerare la campagna come “statica vetrina dolcificata”, subalterna e funzionale alle crescenti problematiche della città; cioè è riduttivo dipingerla come mero “rifugio dal caos” o come, semplicisticamente, edulcorato e nostalgico luogo di “degustazioni” e di “sapori di una volta”. Viceversa, l’Uci, pur nel rispetto di un modello antico ed esemplare sul fronte degli equilibri naturali, guarda al futuro pensando in termini di progresso, di solidarietà, di aggregazione, di legalità, di diritti e di doveri. Pure in questo senso, l’Unione coltivatori italiani promuove, anche attraverso le proprie iniziative nel territorio, pratiche in cui l'uso degli elementi produttivi dell'impresa agricola è finalizzato a garantire servizi alla persona. L'agricoltura sociale, bandiera dell'Unione Coltivatori Italiani, si concretizza tramite, ad esempio, il turismo verde, le fattorie didattiche, la formazione continua, fino ai servizi di reinserimento sociale attraverso il lavoro per soggetti in difficoltà. Lo sforzo di recuperare i valori “comunitari” e “solidali” dell'agricoltura, collegandoli a servizi d'avanguardia, rappresenta pertanto la sfida attuale e dell'immediato futuro. Il sindacato agricolo, lontano dalle contemporanee derive consumistiche in ambito agroalimentare, ritiene che soltanto coltivazioni sane possano, a loro volta, perpetuare la salubrità dei terreni e delle produzioni, costruire una credibilità aziendale sconfinata nel tempo, assicurare posti di lavoro e reddito certo, soddisfare il crescente fabbisogno alimentare, preservare l’ambiente e prevenire calamità naturali; un’agricoltura sana equivale anche alla salvaguardia dei territori, delle identità, delle usanze, delle tradizioni, dei sentimenti di condivisione e di solidarietà, del senso di cittadinanza e di appartenenza.

L’Uci ritiene, quindi, che i valori rurali non siano limitati alla produzione, ma rappresentino un ben preciso modello sociale, basato sulla trasmissione e sull’integrazione delle conoscenze e dei saperi, su radicate qualità di armonia, dignità, equilibrio e rispetto. Nei confronti della natura intesa come patrimonio di vita e di biodiversità. Per consolidare la propria azione con finalità unitarie, passaggio imprescindibile per garantire la migliore rappresentanza al comparto agricolo, l’Uci è in prima fila nella promozione di organismi confederati, mandatari del mondo agricolo, ampi e capaci di superare visioni ristrette e piccoli interessi: la fondazione della Copagri, attualmente tra le più grandi confederazioni di produttori agricoli, va proprio in questo senso. Con “lo spirito di Mantova” l’Uci ha affermato che il mondo agricolo può offrire un modello a tutta la società basato sull’integrazione dei saperi su esperienze secolari di equilibrio, armonia, dignità e rispetto per l’uomo e per la natura. L’impegno del sindacato viene esplicato anche attraverso la partecipazione ai processi decisionali istituzionali nazionali ed europei, facendosi sempre interprete degli interessi dei produttori agricoli. L’azione dell’Uci è volta, inoltre, alla promozione di forme consortili ed associative tra produttori agricoli, al loro sviluppo tecnico ed economico ed alla conseguente qualificazione imprenditoriale e professionale. L’Unione Coltivatori Italiani, pertanto, interpreta il suo ruolo di rappresentanza e di mediazione nell’agricoltura affermando con forza i valori della deontologia professionale nel mercato, della responsabilità sociale e del rispetto per il consumatore.

Le radici dell’organizzazione  nei bisogni dell’agricoltura

Il fondatore dell’Uci, il deputato socialista abruzzese Nello Mariani (1923-2009), è stato uno dei principali interpreti e punti di riferimento dell’ampio movimento contadino del dopoguerra da cui l’organizzazione ha preso le mosse. Esponente di primo piano della lotta di liberazione in Abruzzo e delle rivendicazioni contadine, consigliere comunale all’Aquila già nel primo dopoguerra (1946, quando aveva appena 23 anni), Mariani venne eletto alla Camera dei deputati nel 1958 (a 35 anni), dove rimase per quasi vent’anni, divenendo sottosegretario all’Agricoltura sul finire degli anni Sessanta. Mariani ha incarnato quell’impegno coerente e rigoroso, quella profonda sensibilità democratica, quello smisurato prestigio politico e morale, elementi tipici dell’iniziativa socialista del dopoguerra, nel farsi interprete della necessità di modernizzare un comparto agricolo caratterizzato da numerose criticità. 

Tra le sue battaglie, tutte estremamente attuali, il sostegno all’economia montana, la lotta alle frodi e alle sofisticazioni alimentari, le inchieste sull’evasione fiscale, la proroga dei contratti agrari, l’abolizione delle imposte di consumo sul vino e sul bestiame, ma anche l’attenzione ad una generazione di giovani e validi agronomi e ricercatori – si pensi agli allievi del ministro agronomo Giuseppe Medici - che contribuirono non poco a rinnovare le tecniche agricole, in particolare nei frutteti e nei vigneti, e nell’allevamento del bestiame.
Il fondatore dell’Uci si mise anche in luce per iniziative a sostegno della modernizzazione dell’intero sistema-Paese: ad esempio, fu tra i promotori delle leggi Fortuna sullo scioglimento del matrimonio e sull’aborto. Mariani e la sua generazione di socialisti - e con loro gli embrioni dell’Uci – operarono, tuttavia, in un panorama agricolo fatto di arretratezza, precarietà e bassi indici di sviluppo. Nel Sud e nelle isole, come attesta il censimento del 1951, un quarto di tutta la popolazione era completamente analfabeta, concentrata prevalentemente nelle zone rurali.
All’inizio degli anni Cinquanta, le campagne italiane, pur impiegando il 42,2% della popolazione attiva, generavano appena il 28% del Pil. Le condizioni dei lavoratori erano particolarmente disagiate ed il loro reddito medio era inferiore a quello di un operaio di una grande industria. 

Il settore agricolo, inoltre, fungeva da contenitore per la manodopera non produttiva o per i sotto-occupati, grazie anche ad una politica di sostegni – minimi crediti e assistenza - alla piccola proprietà contadina. Un’inchiesta parlamentare del 1953 rilevò come la sottoccupazione della forza-lavoro agricola fosse del 48% nel Mezzogiorno, del 43% nel Centro e del 41% al Nord.
Emblematica la situazione della Sardegna agli inizi degli anni Cinquanta, dove soltanto un quarto del territorio regionale veniva sfruttato per fini agricoli ed il forte peso dell’economia pastorale - 1.982.800 ovini nel 1946, circa un quinto del patrimonio ovino nazionale - risultava assai frastagliato: più della metà dei pastori aveva meno di 50 capi, un altro quarto tra 50 e 100 capi, soltanto 36 allevamenti superavano i 500 capi. Inoltre la maggior parte dei pastori non era proprietaria di terreni (870.540 ettari in affitto, metà da privati e metà prevalentemente dai comuni, 517.035 in proprietà). Una situazione economica di estrema penuria, con tanti braccianti che non avevano di che sfamarsi. Condizioni non molto dissimili si registravano in vaste zone del Mezzogiorno.

Le stagioni di lotta e la riforma agraria
Uno dei principali problemi dell’agricoltura italiana del dopoguerra era rappresentato dalla presenza dei latifondi, cioè da quelle enormi estensioni di terreno, spesso grandi come intere province, appartenenti ad un unico proprietario. Una piaga non solo in termini di equità sociale, ma anche sul piano produttivo: le grandi proprietà venivano gestite in modo estensivo, con investimenti minimali e scarse logiche di ottimizzazione delle risorse.  Proprio in Abruzzo troviamo uno dei casi più eclatanti, quello della famiglia Torlonia, proprietaria di un latifondo di oltre 14mila ettari nella piana del Fucino. Casi analoghi in tutto il Mezzogiorno e particolarmente in Sicilia dove, alla fine degli anni Quaranta, si registravano 282 latifondisti proprietari del 20,6% dei terreni agricoli di tutta l’isola e 228 latifondi con estensione superiore ai 500 ettari.

Una condizione che ispirò buona parte della letteratura italiana tra fine Ottocento e metà del Novecento: Brancati, Cambosu, De Roberto, Deledda, Di Giovanni, Jovine, Lanza, Pirandello, Quasimodo, Rombi, Savarese, Sciascia, Silone, Tomasi di Lampedusa, Verga, Vittorini sono soltanto alcuni degli scrittori che hanno firmato capolavori ambientati nelle campagne meridionali e isolane, dove la denuncia delle condizioni dei contadini è spesso il filo conduttore dei racconti. La “riforma agraria”, battaglia condotta soprattutto dai socialisti, fu quindi un’esigenza sempre più avvertita nelle campagne. I contadini miravano all’esproprio dei latifondi e alla ripartizione dei terreni tra i braccianti. Un tema che, alimentando i consensi soprattutto delle sinistre, diventò rovente e centrale nello scontro politico alla fine degli anni Quaranta tra progressisti e conservatori. Lasciando, in pochi anni, anche centinaia di vittime sui terreni. Oltre al celebre caso di Portella della Ginestra in Sicilia, dove il 1 maggio 1947 la banda criminale di Salvatore Giuliano massacrò numerosi braccianti che protestavano contro il latifondo (all’indomani della vittoria del “Blocco del Popolo”, costituito dalla coalizione Psi-Pci nelle elezioni per l’Assemblea siciliana), non mancarono altre azioni di rivolta finite nel sangue. 

Nel 1947, in differenti episodi, furono uccisi sette contadini in Puglia, uno a Bisignano (Cosenza) e quattro in Sicilia. Tra il 1948 e il 1949 morirono un’altra ventina di braccianti, uccisi per lo più durante scioperi e manifestazioni: tra gli episodi più noti la strage di Melissa (Catanzaro) durante l’occupazione delle terre, dove perirono Giovanni Zito, 15 anni, Angelina Mauro, 24 anni e Francesco Nigro, 29 anni, e l’uccisione della giovane mondina Maria Margotti, vedova con due figli, per mano di un carabiniere a Molinella (Bologna). Nel 1950 fu l’Abruzzo a pagare il maggiore tributo di sangue contadino con gli eccidi di Lentella (Chieti) e di Celano (L’Aquila). Fu soprattutto il rischio di un forte slittamento a sinistra nelle campagne - ad esempio nella valle del Po con l’istituzione dei “consigli di cascina” sul modello dei “consigli di gestione operaia” – che spinse il governo De Gasperi ad approvare nel 1950, con una certa celerità, la “riforma agraria”. Ne fu autore il ministro Antonio Segni. Un provvedimento sviluppato attraverso tre atti legislativi: “Legge Sila” per la colonizzazione dell’altopiano della Sila; “Legge Stralcio” per Delta padano, Maremma, Fucino, Campania, Puglia e Sardegna; “Legge 104” per la Sicilia. L’intervento legislativo, per quanto di matrice progressista, risultò però compromissorio: alle pressioni riformiste si opposero spinte reazionarie alimentate dai referenti politici dei proprietari terrieri. Così l’ambizioso progetto iniziale risultò incompiuto e soltanto un milione di ettari di terreno – rispetto ai numerosi previsti - fu incluso in tale iniziativa. Gli stessi tecnici e politici che vi avevano lavorato restarono delusi.

In sostanza, la riforma ridusse i latifondi a meno di 300 ettari: i contadini beneficiari delle terre distribuite assunsero l’impegno di ripagarne il valore in 30 anni ad un basso tasso d’interesse (la tenuta dei Torlonia, in Abruzzo, venne ad esempio divisa tra cinquemila famiglie), mentre gli ex latifondisti furono indennizzati con titoli del debito pubblico, appositamente emessi. Con le leggi di riforma fondiaria, gli enti dovettero individuare le proprietà da assoggettare all’espropriazione, pubblicizzare i terreni espropriati, realizzare le conseguenti opere edili ed infrastrutturali, assegnare i poderi, garantire assistenza tecnica, sociale ed economica alla nuova piccola proprietà rurale, favorendo anche i principi cooperativistici. Il provvedimento, però, diventò oggetto di giudizi negativi, in particolare da parte delle forze di sinistra. Al centro delle polemiche gli indennizzi troppo elevati, il rigido controllo esercitato dagli enti di riforma, l’area geografica estremamente limitata e l’utilizzo dei fondi del Piano Marshall.  Altri criticarono, non senza ragione, l’eccessivo frazionamento fondiario: per massimizzare la platea dei beneficiari (ed il consenso politico dell’operazione), si finì non solo per creare una nuova proprietà contadina di ridottissime dimensioni, ma persino estranea alla terra, come nel caso delle famiglie di artigiani incluse tra gli assegnatari. Il riordino fondiario generò nuovi problemi, evidenziò atavici nervi scoperti (ad esempio le flebili spinte alla cooperazione nel Mezzogiorno), spalancò le porte all’esodo rurale e al boom migratorio degli anni Cinquanta, creò le premesse per problemi ambientali.

Lucida l’analisi del filosofo Sandro Ruju “Nella sua concreta attuazione, la riforma agraria infranse il tentativo di aggregazione sociale, sorretto dai valori di solidarietà, di sacrificio, di egualitarismo di cui fu poi portatore il movimento classista: come è stato notato, tra le due facce delle masse agricole, l’una proletaria e sovversiva e l’altra piccolo borghese e conservatrice, avrebbe finito per prevalere la seconda, anche grazie ad una serie di accorti provvedimenti”. La riforma agraria, che interessò prevalentemente il Mezzogiorno, fu accompagnata da altri provvedimenti di sostegno economico: l’istituzione della Cassa per la formazione della proprietà contadina, con agevolazioni fiscali e creditizie per l’acquisto di beni; le leggi a favore dei terreni montani, che concedevano contributi per la realizzazione di opere volte alla salvaguardia del territorio e al rimboschimento; la Cassa per il Mezzogiorno, istituita nel 1950, con la concessione di crediti agevolati per insediamenti industriali e infrastrutture pubbliche. Va ricordato anche lo “Schema Vanoni”, cioè il piano decennale di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia nel decennio 1955-64, che tra gli obiettivi incluse anche la diminuzione delle forze di lavoro occupate in agricoltura a vantaggio dell’industria e dei servizi.  In tale quadro, la riforma agraria non riuscì a realizzare passi decisivi per un significativo miglioramento delle strutture agrarie. La riforma non scalfì nemmeno un’altra piaga delle campagne meridionali: il cosiddetto “caporalato”, cioè l’utilizzazione dei braccianti senza un rapporto diretto di lavoro, ma tramite un intermediario, il “caporale” appunto. Un fenomeno che, anzi, subì ulteriore impulso in quegli anni, tanto da provocare un’indagine parlamentare (Commissione Rubinacci) e la legge n. 1369 del 1960, che sancisce il divieto di interposizione nelle prestazioni di lavoro.

L’esodo dalle campagne e i mutamenti produttivi
Nonostante, come abbiamo visto, le tante incoerenze insite in una riforma agraria incompleta e, in alcuni casi, persino controproducente, negli anni seguenti si misero in moto evoluzioni che investirono – seppur spesso indirettamente – il mondo rurale italiano. Non mancarono stimoli rilevanti per il processo di ammodernamento dell’agricoltura, benché essa partisse da condizioni di oggettiva arretratezza. Spinte sostenute anche da altri importanti provvedimenti. Furono, infatti, gli anni del Piano Decennale (1953), che previde mutui agevolati per macchine agricole, case rurali e impianti di irrigazione; del Trattato di Roma (1957), con la sempre maggiore influenza della Politica agricola comune (Pac) nella struttura agricola italiana; dei Piani Verdi (1961 e 1966), che assegnarono finanziamenti per lo sviluppo di investimenti aziendali.

Iniziative che, oltre a favorire le bonifiche, le opere infrastrutturali, l’accesso al credito agrario, l’impiego di bestiame di razza, l’uso di sementi selezionate e di fertilizzanti, condurranno soprattutto ad una più diffusa meccanizzazione. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il solo numero dei trattori aumentò di cinque volte, passando da 50 a 250 mila. L’uso delle macchine e della tecnologia, tuttavia, pur aumentando notevolmente la produttività del lavoro agricolo (ne beneficeranno principalmente le zone di pianura del nord Italia, ben irrigate e collegate ai mercati di sbocco tramite ferrovie e autostrade), ne ridurrà la presenza di risorse umane. Il fenomeno, insieme allo sviluppo dell’industrializzazione soprattutto nel Nord Italia, alla scolarizzazione di massa, alla crescita dei settori terziari e della pubblica amministrazione, alle nuove aspettative di consumo, agli effetti del piano Ina-Casa di Fanfani con la crescita dell’urbanizzazione, determinò in pochi anni il grande esodo demografico dalle campagne alla città e la rapida diminuzione dell’occupazione agricola. Il processo di maggiore trasformazione per la società italiana, quello che Giuseppe De Rita chiama “la prima metamorfosi”, si registrerà proprio a partire dagli anni Cinquanta per concludersi a metà dei Settanta. E’ un’Italia fondata sui sistemi locali, alimentata da un incessante sviluppo dal basso, da una vitalità autopropulsiva della società e dell’economia, intrecciate tra loro secondo un modello – per citare il Censis – “molecolare, policentrico e poliarchico”.  Alle macerie del dopoguerra si è risposto soprattutto con i sistemi produttivi territoriali imperniati sulle piccole imprese e sul lavoro autonomo. Ma l’agricoltura, seppur più marginale, ha fatto comunque la sua parte: meno addetti, più produttività.

Se nel 1951, dati del censimento, la maggior parte della popolazione occupata (il 42,2%) lavorava nel comparto primario (il 32,1% nell’industria e il 25,7% nel terziario), dieci anni dopo l’agricoltura scivolerà al terzo posto con il 29% (-13,2%) a vantaggio dell’industria (40,4%) e del terziario (30,6%). Nel 1971 crollerà al 17,2%, (-11,8%). E se nel 1951 la maggiore percentuale di occupati agricoli era in Basilicata (ben il 73,2%) e in Calabria (63,3%), dieci anni dopo la percentuale maggiore scenderà al 47,4%, dato appartenente al Molise. Nel 1971 la quota in Basilicata sarà al 39,6%, cioè quasi dimezzata in vent’anni.  Un crollo di risorse umane causato principalmente dall’emigrazione verso le grandi città del Nord e verso l’estero.  Dal dopoguerra alla fine degli anni Sessanta, hanno varcato ufficialmente le frontiere oltre sette milioni di persone, per lo più contadini. Soltanto l’accordo firmato dallo Stato italiano nel 1955 con la Germania per il reciproco impegno in materia di migrazioni ha portato quasi tre milioni di italiani a cercare lavoro all’estero. Analogo accordo riempirà di contadini italiani le miniere del Belgio. Parallelamente, però, la produzione agricola nelle campagne è notevolmente aumentata. 

Nel periodo 1951-1961, la produzione di frumento è passata da 69 a 83 milioni di quintali (si raggiungeranno i 100 milioni nel 1971) e quella di granturco da 27 a 39 milioni (saranno 45 milioni nel 1971). Si registrò un boom per i pomodori (da 12 a 26 milioni di quintali, poi 34 milioni nel 1971), per le patate (da 26 a 39, poi in discesa), per le barbabietole (da 59 a 70, quasi 88 nel 1971), per le arance (da 5 a 8, poi a 14 nel 1971), per i limoni (da 3 a 5, poi a quasi 8 nel 1971). La produzione di vino passò da 49,761 a 52,482 milioni di ettolitri (64,212 nel 1971). In sensibile crescita anche la produzione di latte (da 61,606 a 80,930 milioni di quintali), di uova (da 3,009 a 3,679), di formaggio (da 3,422 a 4,345), di burro (da 508 a 675mila). In crescita il numero di bovini (da 8 milioni e 395mila a 9 milioni e 485mila) e di suini (da 3,512 a 4,478 milioni, addirittura 8,196 nel 1971), mentre viaggiò in controtendenza il numero di ovini, caprini ed equini, ridotto di un quarto. E’ evidente come le produzioni saranno sempre più subordinate alle esigenze industriali e ai piani comunitari.  Il periodo, però, accentuerà il problema della frammentazione dell’economia agricola e zootecnica: ad esempio, un quarto degli allevamenti era composto da meno di dieci capi e le grandi aziende con oltre 100 capi non hanno mai superato l’1% del totale. Fu in questo quadro generale che maturarono le condizioni e le premesse per la nascita e l’affermazione di un sindacato riformista e progressista, come l’Uci, per il riscatto del lavoro contadino.

L’Alleanza dei contadini e le fondamenta dell’Uci
Le assunzioni di responsabilità su questi temi conseguenti alla riforma agraria portò, nel 1955, alla nascita dell’Alleanza nazionale dei contadini, che costituirà il serbatoio ideologico e, in parte, umano per la nascita dell’Uci un decennio dopo. Erano anni di sacrifici e di battaglie per rafforzare i valori di libertà e di democrazia e per elevare il grado di consapevolezza civile dei contadini. L’Alleanza nazionale dei contadini, fondata e presieduta da Ruggero Grieco sotto il segno della riunificazione di numerose esperienze sindacali, anche locali, fu costituita dall’Associazione nazionale dei coltivatori diretti (aderenti a Confederterra), dall’Associazione dei contadini del Mezzogiorno d’Italia, dall’Unione dei coltivatori siciliani, dall’Unione dei contadini e pastori sardi, dal Comitato nazionale di coordinamento tra le associazioni autonome degli assegnatari, dal Settore cooperativo agricolo della Lega nazionale delle cooperative e mutue. L’organizzazione promosse una serie di iniziative per far uscire l’agricoltura dai suoi annosi problemi e garantire agli imprenditori agricoli migliori condizioni di vita.  La sua azione si collocò come nesso tra l’attività sindacale tradizionale, che si occupava della tutela dei lavoratori dipendenti del settore, e quella dei nuovi piccoli proprietari conseguenti alla riforma agraria.

La linea sindacale fu fondata sulla realizzazione dei postulati economico-sociali fissati nella Costituzione, sullo schierarsi a difesa e a sostegno delle istituzioni repubblicane, sullo Statuto della proprietà e dell’impresa coltivatrice e sull’azione sociale di massa.Nel dettaglio, l’organizzazione fu attiva per i finanziamenti pubblici ai coltivatori diretti per le conversioni colturali, per la nazionalizzazione dei monopoli zuccherieri ed elettrici, per l’assistenza e la sicurezza sociale, per l’abolizione dell’imposta di consumo sul vino, per un fondo di solidarietà nazionale contro le calamità naturali, seguendo le parole d’ordine “la terra a chi la lavora” e “per uno Statuto dell’impresa e della proprietà contadina”. Da ricordare, all’interno dell’organizzazione, la nascita del Centro istruzione professionale agricola (Cipa), dell’Istituto di assistenza tecnica per i coltivatori e del “Giornale dei contadini”: formazione, assistenza e comunicazione, tre aree che avranno un’importanza basilare per l’evoluzione agricola. Scrive Alfonso Pascale su “La questione agraria”: “Il merito storico dell’Alleanza dei contadini fu quello di radicarsi nelle campagne italiane, operando controcorrente rispetto agli orientamenti prevalenti nel movimento operaio e favorendo, con la forza di tali legami sociali e con la robusta capacità propositiva dei suoi dirigenti, l’espansione della cultura riformista nella sinistra italiana. In tale ambito, contribuì fattivamente al dialogo con la migliore tradizione del riformismo agrario di estrazione cattolica e liberale per definire una politica agricola che, nel bene e nel male, ha sostenuto l’evoluzione dell’agricoltura italiana. Il settore ha, così, espresso una vivacità imprenditoriale e di conoscenze tecniche che gli ha consentito di raggiungere i primi posti in Europa, ma si è trovato ben presto alle prese con nuovi problemi legati alla crescente interazione con gli altri comparti ed al peso determinante della dimensione internazionale delle politiche agricole”.

Quelle dell’Alleanza furono quindi scelte risolute e avvedute, che seppero garantire una svolta cruciale al settore. Quello spirito ideale caratterizzerà buona parte dell’anima sindacale delle stagioni più calde, assicurando le principali conquiste sul lavoro a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Questa esperienza sarà qualificata soprattutto da una classe dirigente di assoluto spessore, costituita per lo più da membri della Resistenza, molti dei quali avranno modo di attuare i propri ideali sui banchi del parlamento. Tra i tanti dirigenti ricordiamo i deputati socialisti Giuseppe Avolio, Anna De Lauro Matera e Rodolfo Morandi, i parlamentari comunisti Emo Bonifazi, Angelo Compagnoni, Gaetano Di Marino, Pietro Grifone, Armando Monasterio, Renato Ognibene ed Emilio Pegoraro, il consigliere regionale sardo Giovanni Lay (che era stato compagno di cella di Gramsci) e quello siciliano Girolamo Scaturro. Ancora: Luciano Bernardini, figura storica del Psi; Selvino Bigi, eroe di guerra, scomparso quasi centenario nel 2013; Paolo Cinanni, uno dei massimi studiosi di emigrazione; gli avvocati Alessandro De Feo, Angiolo Marroni e Mauro Padroni, che daranno un contributo basilare sui problemi della legislazione agricola; Luigi Locoratolo, autore di uno dei più importanti libri sul socialismo italiano; l’economista agrario Sergio Mulas; la partigiana toscana Wanda Parracciani, moglie del parlamentare comunista Fernando Di Giulio; il fiscalista Giovanni Rossi; Duccio Tabet, uno dei massimi esperti di rendita fondiaria; i vicepresidenti Renato Tramontani e Giorgio Veronesi, quest’ultimo sarà poi vicepresidente dell’Uci; la femminista Adriana Zaccarelli. E ancora: Francesco Serra Caracciolo, Nicola Cipolla, Mario Lasagni, Costante Manzoni, Ugo Pace, Walter Sabatini.Alla morte di Ruggero Grieco, la presidenza fu assunta da Emilio Sereni nel 1962, quando si svolse il primo congresso dell’organizzazione. Poi gli subentrerà Attilio Esposto. Nel 1977, come vedremo più avanti, l’organizzazione si unirà nella “Costituente contadina” alla Federmezzadri-Cgil e a parte dell’Uci, Unione Coltivatori Italiani, nel frattempo costituitasi nel 1966 su iniziativa, appunto, del deputato socialista Nello Mariani, che ne sarà presidente per undici anni.

Mariani determinò sin dall’inizio l’avvio del processo organizzativo nelle campagne in netta contrapposizione con la Coldiretti e la Confagricoltura, da un lato, e con l’Alleanza Contadini e la Federmezzadri dall’altro. Pertanto l’Uci inizialmente ebbe un rapporto difficile con le istituzioni, in particolare per l’egemonia della Coldiretti e della Confagricoltura. Sin dalle origini, tuttavia, l’Unione Coltivatori Italiani operò con vigore per quel sentito processo di riconfigurazione della rappresentanza in agricoltura, distinguendosi per il dinamismo delle proprie iniziative a fianco dei coltivatori e dei pastori sul territorio nazionale, svolgendo un’azione di sensibilizzazione e d’informazione sulle maggiori tematiche del settore e divenendo un punto di riferimento per un numero crescente di operatori del comparto agricolo. L’associazione, in particolare, costituì il naturale approdo per i socialisti del mondo agricolo, agendo a sostegno della nazionalizzazione di alcuni comparti produttivi, dell’instaurazione di un’economia mista e soprattutto per il raggiungimento di forme di sicurezza sociale per i lavoratori.

La rapida crescita dell’Uci è stata accompagnata dalla nascita e dall’affermarsi delle sue prime strutture interne finalizzate ad offrire una serie di servizi diretti ai propri aderenti nei campi pensionistici, del lavoro, del fisco, e a tutelarne la serenità familiare. In questo, il sindacato ha seguito rigidi criteri di responsabilità e di solidarietà, garantendo servizi gratuiti o a costi minimi quando necessario, tutelando chi non ha potuto farlo da solo, proponendo una rete attiva di sostegno all’individuo, alla famiglia e alla comunità che si è via via estesa dalle campagne alle città. E’ stato l’Enpac nel 1971, l’ente di patronato, vero e proprio volano per la crescita del sindacato nel territorio, ad inaugurare i molteplici servizi tecnici offerti dall’organizzazione. Patronato poi divenuto Enac, Ente nazionale di assistenza al cittadino. A questo si sono presto affiancati l’ente di formazione professionale e assistenza tecnica (Anapia, Associazione nazionale aggiornamento professionale industria e agricoltura), riconosciuta dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali; l’Unione nazionale dei pensionati (Unap); il Centro di assistenza fiscale (Caf); il Centro di assistenza agricola (Caa). L’Uci ha partecipato, inoltre, alla costituzione dell’associazione dei produttori olivicoli, l’Aipo, che ha raggiunto oltre 120mila associati, vantando qualificate presenze nelle varie filiere produttive (frutta secca, latte, carne, ortofrutta, floro-vivaismo ed energia). Alle lotte per l’uguaglianza di tutti i lavoratori della terra sul piano economico, sociale e giuridico, si affiancarono temi quali la previdenza, la ricerca scientifica, la tutela ambientale, i diritti del consumatore, l’innovazione, ma anche questioni dettate dalla sempre maggiore cessione di sovranità in agricoltura, con le sfide imposte dalla Cee, dalla globalizzazione economica, dai rapporti con gli Stati Uniti, dalla concorrenza dei nuovi mercati internazionali.

Il ruolo dell’Uci nell’evoluzione agricola
In questa agricoltura che dopo decenni di staticità subiva, in qualche modo, le trasformazioni di tutta la società italiana, con influenze ormai internazionali, s’inserirono le riflessioni e le battaglie iniziali dell’Uci. Il primo congresso del sindacato si svolse nel 1971 a Grottaferrata, vicino Roma, in un clima segnato da grandi passioni,. Si sottolineò il ruolo determinante dell’organizzazione sia nella lotta per la difesa degli interessi di categoria sia per il rinnovamento su basi democratiche della società italiana. Le relazioni, che ricostruivano il cammino del mondo rurale dal dopoguerra a quei primi anni Settanta, denunciavano il vulnus di una visione arcaica e paternalistica attuata soprattutto dai ceti economici dominanti sull’agricoltura, a cui l’unica risposta non poteva che trovarsi nell’unità della categoria. La grande novità istituzionale era rappresentata dall’avvio delle Regioni a statuto ordinario, anno 1970, e l’agricoltura fu tra le prime competenze trasferite (decreti del Presidente della Repubblica n. 11/72 e 616/77). Cominciò, quindi, un rapporto diretto tra i nuovi enti locali e i Palazzi europei: stagioni spesso conflittuali, specie per i tetti imposti ad alcune produzioni, tra le prime quella del tabacco (l’Italia era uno dei maggiori produttori europei), per le riconversioni e per il forzoso processo di adattamento strutturale dell’agricoltura in Italia. L’Uci, non fece mancare i suoi pareri e le sue critiche sul nuovo corso delle politiche agricole.

Il successivo congresso di Firenze dell’organizzazione, nell’aprile 1975, ribadì la posizione politica contraria ai settarismi e, come denunciò il vicepresidente Giorgio Veronesi nel suo intervento, “all’arrugginita tecnica dell’assistenza all’agricoltura che nutre il deteriore clientelismo politico e partitico della democrazia cristiana”, occorreva contrapporre “la formazione di linee che portino in modo irrinunciabile alla liquidazione del sistema ed all’effettiva attuazione di una politica di rinnovamento, anche nel costume”. La mozione conclusiva criticò l’iter dell’accelerata industrializzazione del paese, colpevole di aver emarginato il settore agricolo, e individuò nell’impresa coltivatrice associata un elemento di rinnovamento strutturale e di risposta alla disorganizzazione produttiva. L’Uci portò avanti molteplici proposte concrete come la riforma del credito agrario, il riordino delle casse rurali e la riapertura del credito regionale a tassi ridotti, ma anche la riforma dell’Aima e di altri organismi operanti in agricoltura, nonché il recupero dei terreni incolti, la calmierazione dei concimi, la programmazione di una produzione foraggiera e di mangimi secondo piani zonali e il sostegno alle forze giovanili nelle campagne contro l’esodo. Non mancarono le spinte per superare la frantumazione organizzativa e di rappresentanza del mondo contadino e il tema dell’unità delle forze agricole di sinistra per fronteggiare il blocco tradizionalista e conservatore rappresentato, in quella fase, dalla Coldiretti di Bonomo e Lo bianco. Una tappa significativa dei tentativi verso un processo unitario mai messo in discussione fu rappresentata da una data: il 22 dicembre 1977 l’Unione Coltivatori Italiani, insieme all’Alleanza Nazionale dei Contadini e alla Federmezzadri (emanazione della Cgil), diede vita alla Confederazione Italiana Coltivatori (Cic). L’unificazione delle organizzazioni agricole collaterali a Psi e Pci, oltre a rappresentare un’importante novità nel panorama della rappresentanza sindacale finalizzata sia a perseguire un’unità più ampia e articolata con il resto della rappresentanza del mondo agricolo sia a creare una vera autonomia da partiti, governi e sindacati, era nel contempo mirata ad organizzare in modo migliore la rete di assistenza e servizi che le originarie organizzazioni contadine di sinistra avevano sul territorio nazionale e, principalmente, la loro presenza nei diversi tavoli istituzionali in cui avevano diritto di rappresentanza.

Come ricorda Alfonso Pascale su “La Questione agricola”, per tutti gli anni Ottanta la Cic - sotto la guida di Avolio, affiancato in seguito da Bellotti - si è caratterizzata con parole d’ordine che la distinguevano sempre più dal resto del mondo agricolo e cercavano di dare una risposta ai nuovi problemi. La prima parola d’ordine, “valorizzare l’impresa senza punire la proprietà”, ricorda ancora Pascale, segnò la rottura con la visione terzinternazionalista - rimasta prevalente nella cultura politica del Pci - di un capitalismo perennemente minacciato dal parassitismo e dalla rendita, ma anche la presa di distanza sia dalla scelta ideologica della Coldiretti di voler ricondurre tutte le tipologie imprenditoriali agricole a quella coltivatrice sia dall’eccessiva identificazione della Confagricoltura con gli interessi proprietari. Con tale slogan si offrì uno sbocco credibile ed efficace alla rivendicazione dei mezzadri e dei coloni di superare la propria condizione non già attraverso l’esasperata conflittualità alimentata dall’impostazione vincolistica, ma mediante lo sviluppo della contrattazione sindacale e di strumenti flessibili e partecipati volti a rafforzare i fattori d’impresa. L’evoluzione delle aree mezzadrili in distretti fondati su di una presenza diffusa di piccole e medie imprese e su di un nuovo modo di regolare i rapporti economici - la specializzazione flessibile - come risposta alla crisi del regime fordista-taylorista, suggerì una serie di motivi di riflessione che spinsero la Cic ad elaborare per tempo una concezione dell’impresa agricola fondata sulla libertà dell’agricoltore di conformare l’assetto imprenditoriale, non già in base a canoni prestabiliti, ma ad obiettivi prescelti senza imposizioni esterne. 

Gli altri due slogan - “produrre meno produrre meglio” e “dalla protezione alla competizione” - anticiparono nel nostro Paese la tendenza a considerare come una necessità e, insieme, un’opportunità la sostituzione di obiettivi quantitativi con quelli qualitativi e di politiche protezionistiche con quelle competitive. E in questo quadro di innovazioni concettuali – ricorda ancora Pascale - la Cic elaborò, con i convegni di Spoleto del 1981 e del 1985, una serie di indicazioni per inquadrare la dimensione ambientale nei processi di utilizzazione delle risorse territoriali. Le ragioni della produzione di beni alimentari e quelle della protezione dell’ambiente vennero assunte in una visione integrata e tesa a valorizzare le molteplici funzioni dell’agricoltura. Si trattò di novità in linea con l’intrecciarsi a livello comunitario della politica agricola, di quella ambientale e di quella regionale in una dimensione territoriale. Maturò, così, per tempo una capacità critica in grado di separare, nelle nuove politiche, la generica aspirazione verso un mondo bucolico idealizzato ma sostanzialmente estraneo alla realtà del mondo agricolo e l’emergere di una nuova ruralità in chiave produttiva di integrazione tra settori. Tali intuizioni, pur contribuendo a consolidare il radicamento della Cic nelle campagne e ad accreditarla sul piano internazionale, non sono state tuttavia sufficienti per individuare un nuovo modello di rappresentanza che potesse sostituire quello precedente. La Cic, nel quinto congresso confederale che terrà a Roma nel 1992, modificherà la propria denominazione per assumere quello di Confederazione Italiana Agricoltori (Cia). L’Uci, nel frattempo, oltre a supportare il difficile processo di unificazione – mai concretizzatosi – continuò ad operare in autonomia per rispondere nella maniera più idonea e con le proprie competenze alle nuove aspettative e alle onerose responsabilità imposte da una società in costante e sempre più rapida trasformazione: alla domanda di alimenti si affiancano i temi dell’occupazione, della sicurezza alimentare, della protezione dell’ambiente. 

In quegli anni, in particolare, il sindacato pose la propria attenzione ai fenomeni nuovi, quali la pluriattività, cioè le commistioni di attività, e la multifunzionalità, ossia la diversificazione delle attività, che concorsero a rompere l’atavica staticità del mondo agricolo. Di fatto, gli agricoltori cominciarono a fare anche altro, persino in settori totalmente differenti. Le condizioni del comparto agricolo generate dalla riforma agraria, in particolare le ridotte dimensioni medie delle aziende agricole, avevano infatti innescato nuove strade. I redditi esigui ricavati dall’agricoltura spinsero sempre più braccianti rurali a far proprie altre attività lavorative, comprese le occupazioni precarie nell’edilizia, pur non rinunciando al proprio legame con la terra. La pluriattività, appunto, vista inizialmente come un fenomeno momentaneo e anche penalizzante per il comparto, una sorta di modalità più graduale di esodo dal settore primario, finì invece per assicurare anche aspetti positivi, dalla flessibilità lavorativa e dalla variazione dei tempi di lavoro all’acquisizione di un extra reddito da reinvestire in attività agricole. Influì persino nelle scelte produttive, migliorando la condizione dei terreni.

Tanti agricoltori si svincolarono dal rapporto esclusivo e inalterabile con la propria terra, garantendosi nuove competenze, fino ad una loro trasformazione in imprenditori agricoli, talvolta operando per trovare sbocchi e canali commerciali per le produzioni.  Nel Lazio, ad esempio, l’esilio dall’agricoltura alimentò il boom delle attività terziarie, in altre aree contribuì all’affermazione dei distretti artigianali e di piccola industrializzazione. Parallelamente a questi nuovi orizzonti, si registrò una nuova attenzione legislativa verso il settore, grazie anche al ruolo che svolsero le organizzazioni di rappresentanza.  Una prima manovra per garantire il finanziamento dell’intervento pubblico in agricoltura fu la "legge quadrifoglio" (1977), che mirò a sostenere il progresso tecnico e l’aumento di produttività attraverso interventi sulla bilancia commerciale, sui settori forestale, ortofrutticolo e zootecnico, sul potenziamento dell’irrigazione e sulla valorizzazione di terreni collinari e montani. A firmarla fu Giovanni Marcora, ministro dell’Agricoltura dal 1974 al 1980, che grazie anche alla competenza personale (era proprietario di un’azienda agricola nel Parmense), operò una forte ripresa dell’intervento pubblico a sostegno del settore, come ben ricostruiscono i libri di Gianni Borsa dedicati alla figura dello statista lombardo. Tuttavia, nonostante gli sforzi del ministro (anche in sede europea), non si riuscì a raggiungere l’agognata autosufficienza, né i redditi sperati. Anzi, il se ttore risultò sempre più dipendente dai benefici economici della Pac: per contenere la spesa e le eccedenze fu necessario introdurre le quote fisiche di produzione.

Nel 1983, con la conclusione del periodo di operatività della "legge quadrifoglio", si avviò un nuovo piano agricolo nazionale, reso operativo con la legge n. 752/86 (legge pluriennale di spesa), che autorizzava, per il quinquennio 1986-90, una spesa complessiva di 16.500 miliardi di lire, ripartiti tra Stato e Regioni. Di fatto, però, l’agricoltura italiana in soli tre decenni ha visto crollare sensibilmente il suo peso: dal 1951 al 1991 l’occupazione agricola è scesa dal 44% all'8,4%, il valore aggiunto dal 23% al 3,8%, le esportazioni dal 13,4% al 2,9%, i consumi alimentari dal 47% al 18,5%. Dal 1960 al 1980 il numero degli occupati è crollato da 8,6 milioni a 2 milioni. E' uno sconvolgimento che influirà pesantemente – e a volte anche drammaticamente - su aspetti sociali e ambientali. Da una parte, la scomparsa di milioni di legami atavici alla terra determinerà la perdita di un patrimonio identitario, valoriale, solidale, persino di prestigio sociale. Dall'altra la perdita di presidi agricoli alimenterà i crescenti disastri ambientali, ad iniziare da frane ed esondazioni, di cui sono ormai piene anche le cronache quotidiane. Un'altra risposta ai problemi atavici del mondo agricolo è l'agricoltura multifunzionale che impegna le imprese non solo a contribuire alla produzione alimentare, ma anche alla protezione ed alla riproduzione delle risorse naturali, all'occupazione e ad uno sviluppo equilibrato del territorio. Una visione dell'agricoltura per la quale la tutela ambientale, l'identificazione dei prodotti, il benessere animale sono considerati potenziali vantaggi economici per le imprese. La multifunzionalità, fatta propria dall'Uci, quale processo di innovazione (sia nei sistemi di produzione sia nell'organizzazione aziendale) e di tutela del paesaggio (conservazione della biodiversità e dei beni collettivi, riequilibri territoriale, ecc.), diventerà un principio basilare dell'Unione europea, presente da "Agenda 2000" al Trattato (articoli 158 e 174): le politiche d'intervento saranno sempre più funzionali ad obiettivi di tutela ambientale e di sviluppo locale.

Servizi e tutele, binomio di crescita
Alla crescita del ventaglio dei servizi – che vedrà poi nuove strutture nella promozione consortile, nelle assicurazioni, nella mediazione, nell'agriturismo, nell'artigianato, nel supporto all'export - saranno le nette prese di posizione del sindacato a tutela degli interessi economici, professionali e sociali dei produttori agricoli, nel più complessivo quadro degli obiettivi generali di democrazia politica e di sviluppo economico, a polarizzare crescenti consensi. L'Uci, forte del retroterra ideologico ancorato nella gloriosa storia socialista, ha assunto la centralità dell'uomo lavoratore e della società rurale di cui ha inteso sempre tutelare valori e forme di vita, ottimizzando in particolare le attività economiche produttive e il loro orientamento al mercato. Obiettivi perseguiti con la piena integrazione del mondo agricolo nella società democratica e la sempre più consapevole e attiva partecipazione della popolazione delle campagne alla gestione dello Stato democratico. L'azione dell'Uci, con coerenza, è stata sempre a sostegno della dignità dell'agricoltura in tutti i suoi aspetti, ad iniziare dal rifiuto delle tante accezioni negative che hanno a lungo accompagnato il comparto primario negli anni di forzosa industrializzazione: un mondo rurale visto come sacca di arretratezza, di inevitabile povertà, di rapporti sociali arcaici. 

Il tempo ha dato ragione all'Uci, nel momento in cui – sin dagli anni Ottanta - il modo di guardare all'agricoltura è andato mutando, s'è registrato un cambiamento di prospettiva anche culturale verso il settore primario, c'è stata una vera e propria rinascita d'interesse per il mondo agricolo e rurale. I rapporti sempre più attigui tra agricoltura e paesaggio, la nuova attenzione ai processi naturali e alle specificità locali degli ecosistemi, la crescita dell'agricoltura solidale, il boom di iscrizioni alle facoltà agrarie, l'affermarsi delle fattorie didattiche non hanno colto di sorpresa il sindacato, pronto a presidiare ogni espressione di un'agricoltura sempre più diversificata. Negli anni, l'azione dell'organizzazione si è evoluta e affinata tenendo conto del rapido mutare dei tempi. Gli anni Ottanta, con l'ascesa di Bettino Craxi, hanno rappresentato un ulteriore periodo di crescita per il sindacato agricolo. Anche grazie a presidenti ed a membri della direzione nazionale dell'Unione coltivatori italiani – da Angelo Sollazzo a Leopoldo Garau, da Italo Giambalvo a Mariano Landi – numerose tematiche agricole sono entrate nell'agenda dei governi, in particolare dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987, quando in due esecutivi consecutivi, Craxi è stato il primo socialista a ricoprire, nella storia repubblicana, la carica di presidente del Consiglio dei ministri. Per l'agricoltura e per l'ambiente è stata l'epoca che ha visto, tra l'altro, gli adeguamenti per il ministero dell'Agricoltura e delle foreste, l'istituzione del Servizio nazionale di protezione civile (1983) e del ministero dell'Ecologia (1984), il varo di leggi per lo sviluppo del settore bieticolo-saccarifero (1983), per la disciplina dei fertilizzanti (1984), per la prevenzione e repressione delle sofisticazioni alimentari (1985-1986), ma anche in materia di tutela del suolo, delle acque, di smaltimento dei rifiuti e di controlli ambientali.

L'Unione Coltivatori Italiani, in questi anni, ha rafforzato la consapevolezza di un ruolo non limitato alla difesa degli interessi economici degli agricoltori, ma, più in generale, spinto alla salvaguardia di valori sociali, politici e culturali. Il sindacato si è dimostrato attivo nel sostenere i valori dell'etica nell'economia di mercato e la responsabilità sociale d'azienda, il rispetto per i consumatori e la tutela della salute e dell'ambiente. La scelta è stata sempre quella di difendere le radici: ciò consente di porre al centro dell'attenzione valori sempre attuali come la solidarietà, la cooperazione, il rispetto dell'equilibrio socio-naturale. Sempre fedele ad una vocazione unitaria mai messa in discussione, nei giorni 6 e 7 aprile 1995, alla presenza di 1.500 delegati, l'Unione Coltivatori Italiani, insieme ad altre quattro organizzazioni professionali (Acli Terra, Aic, Ugc Cisl e Uimec Uil), ha dato vita ufficialmente alla Confederazione dei Produttori Agricoli (Copagri), dopo cinque anni di "rodaggio" attraverso un coordinamento delle cinque organizzazioni agricole.

La nuova Confederazione, forte di oltre 300mila associati, è diventata la seconda forza del settore assicurando, attraverso le sue strutture, servizi ad oltre 800mila produttori agricoli. Il 23 maggio 1995 la Copagri è stata riconosciuta nel Cnel come organizzazione rappresentativa dei coltivatori diretti e degli imprenditori agricoli. Il 20 dicembre 2002 la Copagri ha costituito e ottenuto il riconoscimento nazionale del Caa (Centri di assistenza agricola) da parte della Regione Lazio. All'interno della Copagri, l'Uci ha costituito un riferimento per l'affermazione della politica confederale dando un contributo alla realizzazione del primo congresso confederale svoltosi nel novembre 2003. In questa direzione l'Uci ha sostenuto le altre organizzazioni presenti al fine di determinare lo sviluppo e l'attuazione del progetto originario. In questi anni la Copagri ha firmato i principali documenti strategici di politica economica e sociale, frutto della concertazione tra le istituzioni di governo, le rappresentanze imprenditoriali e quelle dei lavoratori. Accreditata presso le istituzioni nazionali a tutti i livelli, la Copagri partecipa attivamente ai tavoli di settore e vede nella concertazione la via ideale per individuare gli obiettivi, gli strumenti e le responsabilità per favorire lo sviluppo del Paese. La Confederazione è firmataria di accordi interprofessionali nei più importanti comparti produttivi ed è titolare di convenzione con l'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea).

Alla Copagri aderiscono strutture economiche, associative e di servizio impegnate nei diversi comparti. Accanto a queste, la Confederazione ha attivato strumenti ad hoc negli ambiti dell'assistenza tecnica, della divulgazione agricola, della formazione, dei servizi fiscali, previdenziali e di natura amministrativa e contabile. Il 24 aprile 2007 Copagri e Cia hanno stipulato a Roma, presso la Sala del Carroccio in Campidoglio, un "Patto federativo aperto", promosso in particolare da Mario Serpillo per Uci-Copagri e da Alberto Giombetti per la Cia, fondato su azioni ed iniziative comuni orientate all'innovazione della rappresentanza e delle imprese agricole. La Copagri ha inoltre promosso cinque feste nazionali distribuite in un weekend, l'ultima nei giorni 24-26 ottobre nell'area di Tolentino, nelle Marche, nonché numerose mostre-mercato e festival della birra agricola.

Le complesse sfide del nuovo millennio
Attraverso un processo iniziato negli anni Ottanta, suggellato in particolare con il Trattato di Roma del 1986, alla vigilia del nuovo millennio l'Europa ha preso sempre più coscienza dei danni ambientali causati dallo sviluppo tecnico-industriale e dall'organizzazione economica e ha definito, in modo sempre più rigido, la competenza comunitaria in materia di ambiente. Un percorso che non può più trascurare, come abbiamo già visto, le contiguità tra ambiente ed agricoltura. Uno dei principali provvedimenti di questi anni, finalizzato a migliorarne l'impatto ecologico dell'agricoltura, è stato il cosiddetto "set-aside", introdotto ufficialmente nel 1988 (Regolamento CEE 1272/88). Un regime agronomico consistente nel ritiro dalla produzione di una determinata quota della superficie agraria utilizzata: questa doveva essere lasciata a riposo per periodi più o meno lunghi, anche fino a 20 anni. La pratica, almeno inizialmente, è stata però ispirata più da ragioni economiche – in particolare la necessità di controllare la sovrapproduzione di cereali e di altri seminativi per evitare effetti depressivi sui prezzi agricoli – che non ambientali. 

Nel 1992, allora, si aggiustò il tiro con l'introduzione del "set-aside a rotazione" per favorirne l'impatto positivo sulla biodiversità agricola, migliorando ad esempio l'habitat per gli insetti e per gli uccelli. Il 20 novembre 2008 il "set-aside" sarà completamente abolito dalla Commissione europea attraverso il processo di riforma delle politiche agrarie comuni, noto come CAP Health Check. Altri passaggi basilari, alla vigilia del nuovo millennio, verso una politica agricola fondata sullo sviluppo rurale sostenibile sono rappresentati dal Trattato di Maastricht del 1992, che ha preso in considerazione i principi di conservazione delle diversità naturali e culturali, dalla Riforma Mc Sharry (1992), che ha fissato disposizioni agro-ambientali a favore di metodi di produzione meno intensivi, dai primi regolamenti per il metodo biologico e per le produzioni tipiche e di qualità (Regolamento CE 2091/92), dalla Dichiarazione di Cork (1996), con cui si è affermato il carattere multifunzionale dell'attività agricola e il suo insostituibile ruolo a favore della società e dell'ambiente e da Agenda 2000, il documento di orientamento delle politiche europee in cui l'agricoltura è strettamente connessa alle tematiche agro ambientali, anche tramite i Piani di Sviluppo Rurale. L'Uci, fedele alla sua tradizione a difesa di un'agricoltura sana e di un'economia responsabile, solidale ed eticamente orientata, in questo delicato passaggio tra due millenni si è dimostrata in linea con quelle politiche comunitarie che hanno mirato a rafforzare il ruolo di un mondo rurale socialmente ed ecologicamente sostenibile, fatto di piccole aziende agricole che rappresentano da sempre i presidi per la tutela del territorio, della memoria e della cultura. Tuttavia non ha fatto mancare anche prese di posizioni critiche verso provvedimenti che non hanno messo al centro dei propri effetti il benessere del lavoratore agricolo. 

Nei documenti programmatici di questi anni e nelle molteplici iniziative messe in atto dalla presidenza di Mario Serpillo, il sindacato ha ribadito un principio-cardine: il futuro del mondo agricolo non può tradire le orme rappresentative del proprio passato. "Da sempre la più vera - e nobile - cultura della terra ottimizza le proprie risorse coniugando il senso del lavoro e del tempo con quello del capitale sociale e della vita, garantendosi linfa da pratiche di coesione sociale e di dialogo intergenerazionale, accreditate dal trasferimento di antichi saperi – si legge in uno dei documenti del sindacato. L'organizzazione continua ad attuare questi principi anche attraverso pratiche in cui l'uso degli elementi produttivi dell'impresa agricola è finalizzato a garantire servizi alla persona. L'agricoltura sociale, bandiera dell'Unione coltivatori italiani nei primordi del nuovo millennio, si concretizza, ad esempio, attraverso il turismo verde, le fattorie didattiche, la formazione continua, fino ai servizi di reinserimento sociale attraverso il lavoro per soggetti in difficoltà. L'Uci è presente in tutto ciò attraverso nuovi e innovativi servizi attivati in questi anni – è il caso dell'Unaat, l'Unione Nazionale Ambiente e Agriturismo - che hanno affiancato quelli tradizionali di consulenza fiscale, formativa, legale e tributaria.

L'Unione Coltivatori Italiani, consapevole che l'agricoltura italiana, benché ridimensionata negli anni, continui a rappresentare un comparto vitale per il Paese - con un milione e trecentomila lavoratori occupati, il 15% del Pil, una produzione agroalimentare d'eccellenza, la gestione di oltre il 70% della superficie nazionale – continua pertanto a sottolineare come i valori imprescindibili di responsabilità sociale, culturale e ambientale, debbano essere perpetrati attraverso un'alleanza tra produttori e consumatori, con uno scrupolo sociale dell'agricoltura nei confronti della salute, della socialità, della natura. E ritiene che le sfide della nuova economia debbano essere fondate sulla conoscenza, richiedendo un crescente livello di informazione, di educazione e di trasparenza: la diffusione della testata "Agricoltura Moderna", organo ufficiale dell'Uci, la nascita  dei siti internet, la presenza nei social network vanno in questa direzione. Attenta allo sviluppo delle nuove tecnologie, sensibile ai processi di globalizzazione dei mercati, consapevole del peso assunto dall'informazione nelle economie occidentali, l'organizzazione si è quindi dotata di moderni e dinamici strumenti di comunicazione e di marketing ed ha attivato le indispensabili strategie di internazionalizzazione.

L'impegno dell'Uci a livello internazionale riguarda sia la realizzazione di progetti di grande rilevanza per lo sviluppo dei Paesi recentemente entrati a far parte dell'Unione europea, Romania e Bulgaria in primis, sia nel sostegno alla cooperazione per lo sviluppo agricolo dei Paesi del terzo mondo, Senegal, Congo, Tunisia, così come verso altri Paesi quali Ucraina, Qatar e Vietnam.
L'organizzazione, negli ultimi anni, ha inoltre intensificato la propria azione nella promozione internazionale delle eccellenze agroalimentari del "made in Italy", accompagnando le aziende agricole e di trasformazione verso nuovi mercati, con una recente missione anche a Cuba. Con tale obiettivo l'Uci ha deciso di creare il consorzio "ItalyCibus", in collaborazione con la società Imc Consulting srl, che seleziona aziende e prodotti che possano rappresentare il meglio della tradizione gastronomica, della qualità e del gusto italiano nel mondo. Di fronte alla crisi economica degli ultimi anni, che ha messo in luce il contrasto potenziale tra poteri finanziari e democrazia, l'Uci ha ribadito il suo sostegno alla democrazia, ai consumi diffusi, al lavoro e ad una visione dell'azienda centrata sull'impiego di saperi tradizionali e di nuove tecnologie. Lo sforzo di recuperare i valori "comunitari" e "solidali" dell'agricoltura, collegandoli a servizi d'avanguardia, rappresenta pertanto la sfida attuale e dell'immediato futuro per l'Unione coltivatori italiani.

 

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