Nuovo caso di concorrenza sleale all’onore delle cronache. Nell’occhio del ciclone i pomodori di produzione egiziana, il cui export verso i Paesi UE non sembra conoscere ostacoli. Quale il pomo della discordia? Il ricorso a prodotti fitosanitari vietati in Europa e lo sfruttamento della manodopera minorile, stanno suscitando i malumori dei produttori italiani.
La filiera del pomodoro da industria italiano, con 4 miliardi di euro di fatturato (di cui 3 mld di export), impiega oltre 10mila occupati fissi più 25.000 stagionali e 7000 aziende agricole. Molte realtà industriali segnalano che le esportazioni di derivati di pomodoro dall’Egitto verso l’Europa sono in forte crescita: +88% solo negli ultimi 6 mesi del 2025, secondo Eurostat. A questo si somma la messa a coltura di oltre un milione di ettari sul delta del Nilo (Project New Delta) destinato principalmente all’export sul mercato europeo e il ricorso a linee di produzione e di coltivazione lontane degli standard europei.

A fronte dei gravi rischi provenienti da coltivazioni e colture che non rispettano i nostri stessi standard alimentari e regolatori, l’onorevole Carloni, presidente della commissione Agricoltura della Camera, ha depositato un’interrogazione ai ministri Francesco Lollobrigida (Agricoltura) e Orazio Schillaci (Salute) per conoscere “quali iniziative ritiene di porre in essere il Governo per tutelare la filiera italiana di produzione del pomodoro; quali strategie intende adottare per arginare la concorrenza sleale, quali misure per la gestione del rischio derivante da eventuali effetti nocivi per la salute pubblica e se controlli di carattere sanitario sulle importazioni di pomodoro provenienti dall’Egitto sono stati già adottati”.











