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08 gennaio 2021
Come stanno le infrastrutture italiane?

Il nostro Paese pecca per la carenza di impiego di sistemi ICT e per la scarsità delle risorse allocate, risultando, con un investimento pari ad appena l'1,9% del Pil, ultimo in Ue 

I dati del Primo Rapporto sull'Efficienza Infrastrutturale ideato da Sensoworks —basandosi sull'analisi di dati Istat, Eurostat, Aisre, Unioncamere e Confartigianato— offrono uno spaccato delle politiche e dei risultati nell'ambito dell'efficienza delle nostre infrastrutture e della loro sicurezza, inquadrandolo in un contesto regionale ed internazionale.

«Ebbene, dati alla mano, la situazione italiana appare potenzialmente buona: le nostre infrastrutture sono state costruite a regola d'arte ed anche la manutenzione è stata nella maggior parte dei casi adeguata, almeno fino a pochi anni fa. Purtroppo, però, l'ambito delle opere pubbliche è oggi uno dei settori più arretrati nell'introduzione di strumenti ICT» le parole di Niccolò De Carlo, ceo e co-fondatore di Sensoworks (www.sensoworks.com), la startup italiana specializzata in monitoraggio infrastrutturale supportata da piattaforme multilivello.

L'Italia —insomma— in quanto ad efficienza infrastrutturale si potrebbe posizionare ai massimi livelli europei e mondiali se solo utilizzasse quelle tecnologie oggi largamente disponibili, adatte a fornire una sorveglianza continua ed una conoscenza storica delle opere pubbliche a rischio.

Tecnologie come quelle sviluppate proprio da Sensoworks, uno dei laboratori di ricerca e sperimentazione più attivi del made in Italy hi-tech, che potrebbero fare la differenza sia in fase di progettazione delle nuove infrastrutture che per le esigenze di quelle già esistenti: strade, ponti, edifici e ogni altro tipo di infrastruttura civile edili, direttamente o indirettamente nella disponibilità della mano pubblica.

Per di più con investimenti che porterebbero ad un risparmio rispetto alle ispezioni fisiche e che non rappresenterebbero un vero costo per lo Stato, poiché il sistema infrastrutturale è un fattore chiave per la competitività di un territorio non soltanto in relazione al suo aspetto fisico e trasportistico ma anche in relazione alle sue implicazioni sociali.

«L'efficienza infrastrutturale insieme alla sostenibilità delle performance economiche ed all'impatto socio-ambientale di ciascuna attività produttiva garantisce qualità della vita e coesione sociale» sottolinea il ceo di Sensoworks.

Eppure il nostro Paese non vuole spingere l'acceleratore sulla realizzazione e monitoraggio delle grandi opere infrastrutturali e finisce per guardare il resto d'Europa dall'ultimo posto in classifica.

Nonostante l'Italia abbia la percentuale più elevata in Europa di piccole imprese che esportano direttamente, paradossalmente il nostro Paese esprime un indicatore di dotazione infrastrutturale inferiore del 19,5% alla media Ue: 41,8 contro 52.

Ed ancora più paradossale è il fatto che l'Italia segna uno dei maggiori indici di intensità di trasporto merci su strada, calcolato rapportando le merci movimentate con trasporto su strada al valore aggiunto nazionale. Il Bel Paese raggiunge infatti un indice dello 0,79 (tonnellate per mille euro di valore aggiunto) ed in regioni come la Liguria questo valore sale addirittura allo 0,96. In definitiva, ottime performance.

Ciò nonostante la Liguria—dove peraltro le piccole e medie imprese sono il 98% del totale del tessuto imprenditoriale— mostra un indicatore di dotazione infrastrutturale del 38,7, di molto inferiore non solo alla media nazionale ma anche a tutta quella di tutto il Nord Italia.

Ulteriore aspetto preso in esame dal Rapporto sull'Efficienza Infrastrutturale di Sensoworks è la burocrazia. Effettivamente, sul divario infrastrutturale influiscono anche i procedimenti burocratici, che in Italia sono quasi sempre farraginosi.

Per quanto riguarda i tempi di realizzazione, la media italiana è di 4,4 anni. Ma a livello territoriale si toccano valori ancora più elevati in Molise (5,7 anni), Basilicata (5,7 anni), Sicilia (5,3 anni) e Liguria (5,2 anni).

Le regioni più virtuose sono invece Lombardia ed Emilia Romagna, dove le opere infrastrutturali sono terminate con maggior velocità. Le due regioni si posizionano prime a pari merito con 4,1 anni di tempo medio di realizzazione.

A caratterizzare l'Italia anche inefficienze e sprechi, come quelli relativi alle 640 grandi opere incompiute (per un valore complessivo di 4 miliardi di euro) ed alle oltre 400 opere bloccate per motivi burocratico-autorizzativi o per contenziosi vari (per un valore di 27 miliardi di euro).

L'attuale scenario è alquanto sconfortante, con investimenti pubblici in opere stradali e del genio civile che —peraltro— negli ultimi 10 anni in Italia hanno registrato un calo di oltre il 20%. L'Italia risulta così ultima in Ue per gli investimenti pubblici, con appena l'1,9% del Pil ed un divario di 0,9 punti rispetto al 2,8% della media europea.

Quante sono le infrastrutture che andrebbero subito revisionate? Secondo il Consiglio Nazionale delle Ricerche sarebbero 12 mila. Ma la rete viaria nazionale si perde poi nelle complesse ed articolate competenze di Autostrade, Anas, Regioni, Province, Comuni e via dicendo.

Non essendo mai stato funzionante il catasto delle strade non si può conoscere il numero esatto di ponti, viadotti e gallerie e non è possibile sapere quante di queste infrastrutture abbiano raggiunto livelli preoccupanti di degrado. Ma secondo le stime di Sensoworks in Italia i ponti sarebbero circa 1,5 milioni e calcolando poi le campate di ciascun ponte si arriverebbe già così a 4 milioni di strutture da revisionare.

Quante sono quelle sotto monitoraggio? Appena 60 mila, monitorate con i vecchi sistemi delle ispezioni. «Eppure i controlli "statici" portano a creare situazioni di allarme ed anche gravi diseconomie molto spesso innecessarie» commentano gli ingegneri di Sensoworks (www.sensoworks.com).

Di queste 60 mila infrastrutture qualcosa sappiamo ed è già una buona cosa. Delle altre, invece, non sappiamo quasi nulla. Qui le nuove tecnologie potrebbero dare un contributo risolutivo, consentono interventi su larga scala ed in continuo, con acquisizione automatica dei dati e gestione da remoto, permettendo di monitorare grandezze fisiche, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Per quanto riguarda più specificamente la Sensoworks, da maggio 2020 (prima i cantieri erano bloccati per via del Covid) la società ha iniziato a lavorare a nuovi importanti progetti di monitoraggio di diverse infrastrutture autostradali (Autostrade per l'Italia) e stradali (Anas).

«Complessivamente parliamo di 23 cavalcavia e 3 tunnel, ma puntiamo a molto di più. E stiamo inoltre lavorando ad un processo di standardizzazione di monitoraggio ante operam —di solito lavoriamo su strutture già esistenti— al fine di monitorare le nuove infrastrutture già in fase di costruzione o comunque già dal primo giorno di vita» sottolinea Niccolò De Carlo, ceo e co-fondatore di Sensoworks.

I progetti di monitoraggio dinamico attivati da Sensoworks in ambito autostradale sono 3, ma la società ha attivato quest'anno anche altri progetti di monitoraggio altrettanto importanti in altri settori, come ad esempio quello per il monitoraggio del sistema fognario nella Città di Milano. E, sempre in questo ambito, Sensoworks ha attivato una sperimentazione di monitoraggio infrastrutturale applicato ad un sistema idrico per l'identificazione delle perdite occulte.

«Nel 2020 abbiamo investito 300 mila euro ripartiti tra investimenti strategici pari al 47% per la componente di manutenzione predittiva e per la gestione di allarmi intelligenti basata sull'analisi dei trend —e non su soglia statica— ed al 35% per gli investimenti meramente tecnologici focalizzati sul consolidamento della piattaforma tecnologica; il restante 16% è stato investito per lo sviluppo della community di sviluppatori: crediamo molto nell'open source e nella divulgazione finalizzata al posizionamento sul mercato, facendoci così portavoce —tramite eventi webinar molto specialistici e whitepaper— di un messaggio concreto che è quello della sicurezza e del continuo monitoraggio delle infrastrutture» conclude Niccolò De Carlo. 

AUTORE: Redazione,
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