L’obiettivo era la «trasparenza» ma la nascita della Commissione Unica Nazionale CUN) del grano duro porta con sé alcune problematiche. Per certi versi, il decreto direttoriale MASAF che istituisce la CUN è contrario alla legge istitutiva (art. 6‑bis DL 51/2015, L. 91/2015) e alle risoluzioni parlamentari del Senato (n. 215/2022) che ne avevano definito parametri e obiettivi. Vediamo perché.

Quattro prezzi nazionali
Per legge, in fondo è nata per questo, la CUN deve determinare un unico prezzo nazionale, sintesi della media ponderata tra domanda e offerta. Il decreto invece definisce quattro quotazioni territoriali (Nord, Centro, Sud, Isole), cancellando l’idea di mercato unico e frammentando di nuovo il Paese, come avveniva già con le Borse merci locali ovvero il modello che la Cun avrebbe dovuto superare. Ne derivano poteri contrattuali duplicati, confusione tra piazze e un rischio di manipolazione dei dati — non esattamente la trasparenza promessa.
Sede trasferita a Roma: violato l’articolo 6‑bis della legge
La normativa prevede chiaramente che la sede della CUN grano duro fosse fissata nella provincia con la maggiore produzione nazionale, cioè a Foggia, capitale storica del grano duro. La sede invece è a Roma e ciò significa ignorare la vocazione produttiva del Mezzogiorno e centralizzare un processo che in realtà sarebbe dovuto restare vicino ai produttori reali.
Il problema della rappresentanza ed il parere Antitrust del 2020
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con parere del 13 ottobre 2020, aveva chiarito che: «ogni agricoltore deve essere libero di conferire la propria delega di rappresentanza a chiunque ritenga idoneo, senza vincoli di esclusività con i detentori del fascicolo aziendale e senza costi».
Il decreto MASAF ha disatteso tale impostazione. La rappresentanza resta concentrata nei grandi apparati sindacali — proprio quelli che siedono nei tavoli ministeriali — mentre i produttori indipendenti restano esclusi. Il risultato è un monopolio associativo mascherato da partecipazione.
Scomparsa la griglia di qualità tossicologica prevista dal Parlamento
Coldiretti esalta il “listino differenziato per proteine”, ma in realtà confonde qualità merceologica con qualità sanitaria. Lo schema di risoluzione 215/2022 del Senato, approvato da TUTTE le forze politiche, imponeva la creazione di una griglia di valutazione tossicologica basata su parametri oggettivi: micotossine DON, glifosato, pesticidi, metalli pesanti e radioattività. Nessuno di questi elementi compare nel decreto. Ed è un peccato, perché così il Paese rinuncia a valorizzare il proprio grano pulito e tracciabile, per (in)seguire logiche industriali che premiano la quantità a scapito della sicurezza alimentare.
La posizione dell’UCI
L’UCI, così come molte altre forze rappresentative del Paese e dei produttori quali GranoSalus, ribadisce di non essere contraria alla CUN, ma non apprezza questa versione distorta e verticalizzata che ne svuota il senso. Obiettivo di tutti deve essere una CUN legale, trasparente e realmente partecipata, costruita su:
- un solo prezzo nazionale;
- una sede a Foggia;
- una rappresentanza libera;
- una vera griglia di qualità tossicologica.
Solo così la Commissione potrà servire gli agricoltori e i consumatori italiani.
I grani italiani ed esteri
Italmopa, la federazione dei mugnai industriali (aderente a Confindustria) plaude all’inserimento nella CUN di parametri proteici che le analisi del CREA stesso giudicano quasi irraggiungibili nelle nostre condizioni pedoclimatiche. Ovvero, si alza l’asticella della qualità, così il grano italiano “standard” scivola nelle categorie basse, mentre il prezzo cala. È la logica perversa della selezione al ribasso: finché il benchmark sarà estero (Canada, USA, Australia), il frumento nazionale resterà svenduto. Al di fuori dell’Europa le modalità di coltivazione sono molto più permissive e prevedono anche l’impiego di sostanze da noi altrimenti vietate. Trattamenti che possono incidere positivamente su determinati parametri ma avere, al tempo stesso, possibili ricadute sulla salute dei consumatori.

Parlare di “filiera di qualità” senza prendere in considerazione la salubrità dei nostri grani, senza sostenere la quotazione del bio, senza trasparenza sui contratti industriali, è marketing travestito da politica alimentare.
Agricoltori ai margini, industria sugli scudi
Ma c’è un elemento di disaccordo anche sul fattore prezzo. Italmopa rigetta l’idea che i listini debbano tener conto dei costi di produzione ISMEA, sostenendo che la CUN deve quotare solo i “prezzi di mercato”. Secondo noi e secondo il fronte dei contrari, il prezzo è viziato e restituisce un valore distorto, artefatto. Se il potere contrattuale è completamente sbilanciato da un lato le quotazioni ristabiliscono davvero un dato oggettivo? Un mercato realmente libero non lascia morire i produttori: li tutela con regole antitrust e trasparenza—due parole assenti dall’agenda di settore.
Oggi il grano duro viene pagato troppo poco per coprire i costi di semina e di produzione. Parlare di “prezzi reali, senza una griglia di qualità” serve solo a legittimare lo status quo e placare la cupidigia industriale.
Il grano italiano non ha bisogno di nuovi “parametri proteici”: ha bisogno di nuove regole di mercato, di trasparenza e di giustizia economica. Finché la voce degli agricoltori resterà fuori dal tavolo delle quotazioni, la CUN sarà solo una sigla utile per confezionare conferenze stampa, non un mercato vero.
In Regione Puglia è stata già depositata la prima Mozione per correggere la rotta. L’auspicio è che anche altre regioni interessate seguano lo stesso esempio











